Rinnovamento nella Tradizione

Rinnovare Italia Nostra conservandone la migliore tradizione.

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martedì, 30 maggio 2006

Un Voto, un Consiglio


Nel rispetto dell’evidente e inviolabile libertà di scelta di ciascun socio, le modalità tecniche con cui si procederà alle votazioni per il rinnovo degli Organi Nazionali dell’Associazione ci suggeriscono alcune strategie che qui ci permettiamo di esplicitare a chi condivide le nostre idee e il nostro programma, perché questi siano vincenti e facciano tornare Italia Nostra, rinnovandola, ad un’efficiente operatività e ad un’assoluta trasparenza.

  • Le norme prevedono che ogni socio possa al massimo esprimere otto preferenze per il Consiglio Nazionale, due per i Probiviri, una per i Revisori.
    Noi suggeriamo di esprimere tutte le preferenze possibili per ognuno dei tre Organi.
  • Per quanto sopra e per semplice strategia elettorale i nostri nominativi sono stati suddivisi concordemente in due gruppi, a ciascuno dei quali dovrebbero indirizzarsi le preferenze dei soci secondo la seguente indicazione geografica, che tiene conto dei legami con il territorio dei vari candidati.  

Per i soci delle regioni
Piemonte, Valle d’Aosta
Lombardia
Veneto
Trentino
Friuli
Liguria
Emilia Romagna
Lazio
Abruzzo
Sicilia

diamo le seguenti indicazioni:

Consiglio Direttivo Nazionale
scegliere 8 dei seguenti 9 nominativi:

Berdini Paolo
Berlingò Irene
Caroli Antonella
Ferloni Paolo
Ferraretto Andrea
Lang Fiammetta
Magrotti Enrico
Pelliciari Medardo
Valerio Federico

Collegio dei Probiviri
Ceruti Gianluigi
Guelfi Franca

Collegio dei Revisori
Orlandini Guido

Per i soci delle regioni
Toscana
Marche
Umbria
Sardegna
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria


diamo le seguenti indicazioni:

Consiglio Direttivo Nazionale
Canestrini Francesco
Del Rio Beatrice
Liguori Teresa
Loche Alberto
Mannocci Roberto
Petrocchi Evaristo
Rinaldi Gaetano
Signorini Mariarita




Collegio dei Probiviri

Guelfi Franca
Nicoletti Adele

Collegio dei Revisori
Orlandini Guido

  

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Iniziative
UNA SEGNALAZIONE
 
Questa nota è stata inviata dalla Sezione di Ascoli Piceno alla Sede Centrale di I.N. e alla presidente della Sezione Gargano il 27 Aprile u.s.
 
È proprio vero che non n’è limite al limite. Sembrava che l’obbrobrio di Punta Perotti rappresentasse, per la Puglia, il punto non superabile del massacro ambientale e della bruttura. Niente di meno vero. Basta recarsi Monte S. Angelo, il centro del Gargano celebre per l’apparizione dell’Arcangelo Michele, e vedere ciò che avviene proprio in corrispondenza della parte più panoramica del paese, quella dove si trova il cosiddetto “Belvedere”, una spettacolare aerea e terrazza da cui lo sguardo spazia su vertiginosi paesaggi mozzafiato, dal Golfo di Manfredonia con la costa che si prolunga sino alle bianche visioni dei centri della marina barese, al vasto tavoliere delle Puglie, alle montagne dell’Appennino meridionale dall’ Abruzzo al Monte Vulture, alle Murge con Castel del Monte sino ai rilievi del Pollino visibili nelle giornate limpide e, nella zona più prossima, al crinale frastagliato della Montagna della Madonna degli Angeli, protesa come un immenso palcoscenico ad ovest verso San Giovanni Rotondo, prima in dolce declivio e poi rotta in spettacolari valloni, che precipitano con vertiginose pareti di nuda roccia, veri e propri canyon dove nidificano il Lanario e il Falco Pellegrino, sulla lussureggiante Piana di Macchia, ricca di secolari oliveti sino alla vicina linea dell’azzurro mare del Golfo. Ebbene proprio su questo incantevole palcoscenico, incluso nel perimetro del Parco Nazionale del Gargano, gli amministratori di Monte Sant’Angelo non hanno avuto ritegno alcuno ad autorizzare la costruzione di un numero enorme di edifici, un vero e proprio nuovo paese, che dalla zona Belvedere si prolunga verso ovest quasi per un chilometro. Sventramenti del candido tufo per costruire nuove strade e sbancamenti per la costruzione degli edifici, addossati direttamente alla roccia martoriata, costruzione di immondi muri di cemento: è veramente una visione apocalittica, un autentico massacro, una cosa da non credere, che fa apparire un peccato veniale il cosiddetto ecomostro di Punta Perotti. Ora se in certi limiti si può comprendere l’operato a livello locale tenuto conto dei tradizionali condizionamenti culturali e ambientali, non trova alcuna giustificazione l’atteggiamento passivo e permissivo delle autorità preposte al controllo, che avrebbero dovuto esercitare con più attenta diligenza le loro funzioni di tutela, tenuto conto, tra l’altro, del fatto che la zona di cui trattasi, oltre a far parte del territorio del Parco, presenta in maniera quasi perfetta le caratteristiche del Beni Paesaggistici soggetti alle disposizioni del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, che ne prevede la tutela e salvaguardia per il loro evidente e rilevante interesse pubblico. Infatti alla lettera d) dell’art 136 del citato Codice viene precisato che sono beni paesaggistici tutelati per il loro notevole interesse pubblico “le bellezze panoramiche considerate come quadri e così pure quei punti di vista o di belvedere, accessibili al pubblico, dai quali si goda lo spettacolo di quelle bellezze”. Ebbene queste disposizioni sembrano adottate apposta per questo angolo della nostra martoriata Italia, angolo che i nostri antenati non hanno potuto non indicare se non con la denominazione di “Belvedere”.Tutto ciò non è bastato, non si tenuto conto di nulla, né della storia, né della bellezza, né delle tradizioni, né del numero immenso di persone che nei secoli hanno ammirato questo spettacolo naturale unico. Su tutto si è passato sopra con violenza, con la forza del rullo compressore. È probabile che la situazione sia ormai irrecuperabile, forse anche per la legittimità almeno formale delle procedure seguite. Pure non sarebbe inopportuno almeno retrospettivamente far comprendere ai responsabili a tutti i livelli la gravità di quanto autorizzato, sollevando una caso nazionale, facendo scoppiare un vero e proprio scandalo, cosi come è in realtà. Quale originario del Gargano, ho sentito l’esigenza di segnalare questa episodio sia per il legame che ancora mi unisce al luogo natio, sia per fare alcune considerazioni sulla funzione fondamentale della nostra Associazione. Quanto accaduto, infatti, conferma l’esigenza di una più puntuale e capillare presenza di Italia Nostra su tutto il territorio nazionale, in particolare nei centri più piccoli dove sovente vengono perpetrati i delitti ambientali più gravi, senza che una sola voce si levi per contrastarne il compimento. Ritengo che il nostro impegno a riguardo debba essere fermo e concorde, che si debba porre il massimo impegno nella creazione di una rete di vere e proprie sentinelle presenti negli angoli più remoti del nostro paese, nella speranza di contribuire in questo modo ad evitare in maniera più efficace il compimento di altri massacri simili a quello qui segnalato. Sono convinto che Italia Nostra, di fronte alla gravità di quanto segnalato e nel rispetto dei principi che giustificano la sua presenza nel panorama culturale del nostro paese, farà sentire la sua voce in maniera immediata ed efficace, sia per stigmatizzare il comportamento e l’operato di tutti i responsabili di questo disastro ambientale, sia per far sì che la gravità di quanto accaduto valga come monito ed ammaestramento per il futuro. Confidando nel Vostro fattivo ed efficace interessamento, ringrazio e porgo distinti saluti.
 
Gaetano Rinaldi
Presidente della Sezione di Ascoli Piceno





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categorie: 02 le nostre iniziative

Contributi
Programmatici
Allargare la base!
Presidiare il territorio!
 
Gaetano Rinaldi
Presidente della Sezione di Ascoli Piceno
 
 
Con questa breve nota desidero spiegare i motivi che mi hanno indotto a segnalare, per un eventuale e auspicabile intervento di Italia Nostra, la gravità di quanto, nel più completo silenzio e disinteresse, sta accadendo a Monte S. Angelo, in una località inclusa nei confini del Parco Nazionale del Gargano. Questo episodio, conferma, se ce ne fosse bisogno, l’analisi fatta sulla esigenza di una presenza diffusa della nostra Associazione sul territorio nazionale, in particolare nelle zone periferiche, dove sovente vengono commessi i delitti ambientali più gravi.
 
 
“Originario del Gargano, ho sentito l’esigenza di segnalare al Presidente della Sezione Gargano e al Presidente Nazionale di Italia Nostra (v. Categoria INIZIATIVE su questo BLOG) un intervento edilizio di estrema gravità, che viene realizzato a Monte S.Angelo.
La segnalazione conferma in maniera perfetta i timori da me evidenziati circa i pericoli che corrono il paesaggio e l’ambiente in tutto il nostro paese, in particolare nelle località periferiche, dove nelle classi dirigenti è particolarmente carente la cultura della tutela e dove, per giunta, ulteriore elemento negativo, sono quasi del tutto assenti i volontari delle Associazioni Culturali ed Ambientaliste, compresi quelli di Italia Nostra. È per questo che è stato possibile approvare una variante urbanistica e una lottizzazione in un contesto ambientale di assoluto pregio, che meritava sicuramente un ben diverso rispetto. Da qui l’esigenza di un impegno del nuovo Consiglio Direttivo della nostra Associazione, che si dovrà porre quale primo obiettivo quello di coprire, con sentinelle, avamposti, gruppi di pressione (e qui si possono utilizzare i termini che si vogliono), tutto il territorio nazionale, specialmente quello più isolato e periferico. Questo impegno dovrà riguardare in particolare le regioni del Sud, dove la presenza di Italia Nostra è, purtroppo veramente esigua.
Il problema è come fare per assicurare questa maggiore presenza. Qui vengono in soccorso la nuova idea e la nuova immagine di Italia Nostra. Il nuovo Direttivo dovrà veramente, come ho accennato in un altro documento, “sporcarsi le mani”e “uscire dalle chiuse stanze”.
Con queste frasi ho inteso dire che non è più il tempo di limitarsi ad uno sterile e solipsistico autocompiacimento di proposte ed analisi che ci ripetiamo tra di noi, senza avere la capacità e la forza di incidere efficacemente sul tessuto vivo della società italiana. È necessario, cioè, scendere tra la gente e avere la capacità di coinvolgerla ed interessarla, con strumenti innovativi, a questa battaglia di civiltà. Il nuovo Direttivo dovrà pertanto mostrare una diversa e più tollerante capacità di relazionarsi con i bisogni e le esigenze della società e del territorio, con iniziative innovative, coinvolgenti e propositive, capaci di far apparire la nostra Associazione come una vera e propria agenzia di  elaborazione e promozione culturale, che non vuole “ imbalsamare il paese “, ma intende contribuire fattivamente ed intelligentemente a tutelare, valorizzare e rendere fruibile le sue risorse, nel rispetto delle sue più autentiche vocazioni. È sicuramente un progetto ambizioso, che forse con le forze attuali non ci possiamo permettere di realizzare. Ma è certo che non si può restare fermi. L’Associazione non può più permettersi di essere presente nel paese con soli 10 mila iscritti, concentrati per giunta in poche località. Bisogna che in tutta l’Italia ci sia un’azione che mutui gli strumenti, l’entusiasmo e l’operatività di una Sezione come quella di Fermo, che con il suo attivismo e la sua presenza nel territorio, riesce a superare il numero di 220 iscritti, con un rapporto iscritti abitanti che se si ripetesse in tutto il paese vedrebbe un numero di soci superiore a 100 mila unità. Se ciò avviene a Fermo, perchè non si potrebbe e dovrebbe ripetere la cosa in tutta l’Italia?
Per proporre qualcosa di efficace sul piano operativo ritengo che uno dei primi provvedimenti del nuovo Direttivo debba consistere nella creazione di un gruppo di lavoro o comitato, anche se non previsto dallo Statuto, che comprenda i rappresentanti delle Sezioni con un maggior numero di iscritti, quelle con almeno 100-150 iscritti, per individuare operativamente gli strumenti più efficaci per aumentare il numero di adesioni. D’altronde è sicuro che quando ciò avverrà il dibattito interno all’Associazione assumerà necessariamente una diversa connotazione democratica, un maggiore afflato partecipativo, una minore ristrettezza elitaria e verranno fuori nuove nuove personalità, diverse professionalità e mentalità e proposte più innovative.
E finalmente i giovani si avvicineranno all’Associazione e contribuiranno con la loro freschezza e vivacità a ridare slancio all’insostituibile azione di tutela e salvaguardia dell’immenso patrimonio storico, artistico e naturale del nostro meraviglioso paese”.
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categorie: 05 contributi programmatici
venerdì, 26 maggio 2006

Iniziative

INIZIATIVA EDITORIALE
LA CORTE RURALE LUCCHESE
Atti del Convegno di Studi – Lucca, Palazzo Ducale – 18/19 giugno 2004
 
Edizione Italia Nostra ONLUS – Sezione di Lucca – 2005
A cura di Roberto Mannocci


 
Presentazione
 
La corte lucchese è un insediamento rurale costituito da una serie di costruzioni in linea, a funzione abitativa o agricola (fienili, stalle, ricoveri), che si sono aggiunte nel tempo seguendo sia le esigenze di ampliamento del nucleo familiare originario sia l’estensione delle attività produttive. Hanno così avuto origine delle strutture edilizie aperte che si estendono su una o più linee gravanti su un’area comune (l’aia come vera e propria area attrezzata con pozzo, forno e attrezzature comuni) e, a volte, specializzate funzionalmente (una linea per le abitazioni una per i rustici). La corte lucchese rappresenta un tipo di insediamento abitativo/produttivo plurifamiliare e dinastico (il toponimo corte è sempre accompagnato dal nome di una famiglia) esclusivo di questa pianura, a metà strada tra l’insediamento monofamiliare sparso e quello concentrato, intimamente legato ad una distribuzione capillare e molto frantumata della proprietà agricola che non ha alcun legame né strutturale né architettonico né economico con le più ricche aziende ‘a corte’ delle pianure padane. Qui trattasi di economia e di architettura assai povera e scarna, priva di qualsiasi elemento decorativo, ravvivata solo dalle teorie delle “mandolate”, ovvero da quelle aperture nei primi piani dei fienili tamponate da grigliati di cotto diversamente disposto (di coltello, a scacchiera, a castello di carte) in modo da permettere la ventilazione dei locali. La piana lucchese era interamente strutturata su e da questi insediamenti (ne sono stati contati oltre 1100), che solo in tempi relativamente recenti, unendosi, hanno dato vita a centri veri e propri. La lettura delle mappe catastali del 1860 mostra come il solo vero centro della pianura lucchese fosse unicamente la città murata di Lucca mentre tutta la pianura era caratterizzata dagli sparsi insediamenti a corte di diversa consistenza (a volte superavano e ancora superano i cento abitanti). Nemmeno le molte chiese parrocchiali sparse in quell’epoca erano state in grado di formare un centro aggregativo nel proprio intorno. A questa frammentazione insediativa corrispondeva una fitta rete viaria secondaria, spesso basata sulla centuratio romana, e alla quale la corte (per così dire) volgeva le spalle, aprendo la propria facciata principale sempre a sud e verso l’area comunitaria di lavoro (l’aia). A questa frammentazione insediativa, possibile per la ricchezza idraulica di superficie e sotterranea di questa pianura che ovunque garantiva l’indispensabile rifornimento idrico per l’attività agraria e per gli abitanti, corrispondeva un’altrettanto frammentata suddivisione fondiaria. Il paesaggio agrario del sistema-corte era caratterizzato da una poderizzazione fitta per modesti fondi rettangolari sviluppati in direzione N-S secondo la pendenza della pianura, delimitati da fossi di raccolta delle acque. Ogni appezzamento, a riposo, a prato o seminativo, era delimitato da siepi o da filari arborei perimetrali, spesso querce, noci, alberi da frutto, ma soprattutto pioppi bianchi e neri ed essenze da capitozzatura, salici e gelsi, che costituiscono i sostegni vivi alle viti per la produzione di un vino non eccelso, destinato al consumo familiare. La coltivazione del gelso, albero oggi quasi scomparso, è attestata negli estimi cinquecenteschi come una delle essenze più diffuse e coltivate anche a livello specialistico, da relazionare alla tipica lavorazione delle sete lucchesi. Questi campi regolarmente delimitati e “chiusi” erano alternati a quelli con alberi da frutto e a boschetto, resti delle foreste planiziarie oppure (in tempi più recenti) piantumazioni per il mercato del legno (pioppi), e attraversati dalle vegetazioni di ripa che accompagnano i numerosi rii e canali. Ma la produzione agraria era principalmente indirizzata al soddisfacimento integrale del fabbisogno familiare, solo l’eccedente era indirizzato alla commercializzazione e allo scambio dei prodotti. La proprietà fondiaria facente capo a un nucleo di corte rurale è molto frazionata e i terreni appartenenti ad una singola famiglia spesso non sono contigui tra loro, ma addirittura distanti, tanto da costituire forte ostacolo a processi di razionalizzazione dell’attività agricola. Da tempo la Cultura ha segnalato, studiato ed evidenziato il valore culturale e specifico della corte lucchese, soprattutto per quanto riguarda i manufatti architettonici. Ancora non pienamente riconosciuta invece la valenza del paesaggio agrario legato a questi insediamenti. Questa mancanza (assai diversa dall’attenzione posta al paesaggio e agli insediamenti agrari delle colline) ha forse una ben precisa ragione. Sulla pianura lucchese si sono accentrate le attenzioni dello sviluppo nell’ultimo mezzo secolo. Anzi la Piana lucchese è stata lo spazio deputato allo sviluppo, nel quale si poteva fare di tutto perché “lì non c’era più niente da salvaguardare”. Così si esprimeva sulla stampa, circa 15 anni fa, il Presidente della CIBA ...e questo testimonia di quanta scarsa attenzione abbia fruito questo territorio. Questo è stato investito da uno sviluppo a spaglio di edilizia non canonicamente speculativa, ma determinata da una visione urbanistica per così dire ‘piccolo clientelare’ che è voluta venire incontro ad una proprietà privata estremamente parcellizzata. L’abbandono agricolo della piana è stato favorito non solo da questo obiettivo ostacolo a suoi progetti di razionalizzazione, ma anche da questa distribuita e vasta possibilità edificatoria che ha invogliato la trasformazione effettiva dei poderi in terreni ‘murativi’, artigianali o residenziali che fossero. La preesistente struttura per nuclei insediativi minimali è stata sostituita da una città non città estremamente sparsa e a bassa densità in cui si mischiano irrazionalmente tutte le funzioni urbane (da quella residenziale, a quella artigianale, a quella commerciale). La rete della viabilità poderale è in gran parte ‘saltata’ e trasformata per accogliere un traffico improprio ovunque diretto e proveniente da ogni dove. L’insediamento della corte ha subito in genere trasformazioni abnormi e non solo per le modifiche e gli adeguamenti che un nuovo benessere necessariamente portava con sé, ma sia per la perdita di legami con l’attività agricola, sia per la perdita di rapporto reciproco tra gli abitanti della corte, conseguenza della fine del carattere familiare o patriarcale dell’insediamento, sia infine per le trasformazioni rese possibili in tutto l’intorno di questi centri. Un fenomeno che non è stato guidato o controllato né a livello urbanistico né a livello architettonico. Se il problema preponderante di questi insediamenti storici è stato di essere inseriti nello sviluppo urbano (o meglio periurbano) e nell’acritico uso delle loro volumetrie, per diverse situazioni si è verificato il problema opposto: l’abbandono. Questo ha investito interamente alcuni insediamenti sorti nelle situazioni ambientali più marginali e disagiate, ma anche quelle parti degli insediamenti dal carattere più strettamente agricolo (stalle e fienili) per la difficoltà di una loro trasformazione funzionale che fosse in regola con i parametri abitativi vigenti. E talora queste situazioni di abbandono si sono trasformate in improvvisate cave di recupero per materiali antichi utilissimi per restauri in altri siti. Il terzo problema che ha interessato e interessa questo paesaggio storico della pianura lucchese è il cambiamento delle tecniche colturali che stanno cancellando anche il ricordo di questa pianura già organizzata per piccoli campi rettangolari che “hanno da ogni lato sul ciglio della fossa file di alberi, cui si raccomandano le viti”, tanto che “al vedere dall’alto questa pianura sembra proprio un giardino” (Antonio Mazzarosa: Le Pratiche della Campagna Lucchese – Lucca, 1846, pag 65). Per l’attuale estesissima e meccanizzata mono-coltura a mais questa conformazione ottocentesca “a giardini recintati da alberi e viti” (rimasta nella nostra memoria anche se non brevissima) è solo di ostacolo ad un uso agricolo del suolo quasi di ‘rapina’. Il variegato giardino ottocentesco si trasforma in una indifferenziata steppa di mais.
Da questi gravi allarmi per la perdita definitiva di questo patrimonio insediativo e paesaggistico è nata l¹iniziativa di una mostra e un convegno (nel giugno 2004) che ad un anno di distanza Italia Nostra è riuscita a tradurre in questo ricco volume.

Roberto Mannocci
postato da: gruppo17 alle ore 15:06 | link | commenti
categorie: 02 le nostre iniziative

Contributi Culturali
LA TRAPPOLA DELLE GRANDI OPERE
 
Andrea Ferraretto
Italia Nostra, Sezione di Roma
 
Un vincolo, pesante e inestricabile, per il bilancio statale dei prossimi anni è rappresentato dalla politica dei trasporti e delle infrastrutture. La necessità di ammodernare e rendere efficiente la rete dei trasporti, puntando in modo prevalente e quasi esclusivo sulle “grandi” opere e sull’alta velocità, ha, di fatto, ipotecato una massa ingente di risorse, per i prossimi 15-20 anni.
Le prospettive di rendere il sistema della mobilità, delle persone e delle merci, realmente interconnesso, intermodale e diffuso in modo capillare in modo da collegare le diverse zone dell’Italia, risultano, a oggi, un obiettivo difficile da realizzare. Soprattutto i tempi e il fabbisogno di risorse finanziarie per portare a termine i progetti infrastrutturali contenuti nel Piano decennale rendono difficile ipotizzare di trovare soluzioni nel breve periodo per problemi di mobilità che attualmente affliggono le aree metropolitane. I problemi relativi al PM10, al congestionamento del traffico, all’assenza di sistemi efficienti di trasporto pubblico, preferibilmente su rotaia e interconnessi, ma anche scelte relative alla mobilità e all’uso delle aree urbane, non possono essere risolti esclusivamente con le grandi opere e con l’alta velocità. Il problema della mobilità, come altri problemi ambientali, ma con pressanti implicazioni di politica economica, è sempre affrontato in una logica dell’emergenza, preferendo interventi “pesanti”, con oneri finanziari di grande entità, che tralasciano poco margine per interventi di “piccola” scala, soprattutto in un quadro di integrazione tra diverse modalità di trasporto, preferendo soluzioni a basso impatto. Marco Ponti con i suoi interventi su la voce.info ha illustrato con efficacia il legame perverso che esiste tra infrastrutture e “granitiche certezze”: sarebbe necessario ricollocare la politica delle opere pubbliche in un quadro di priorità e di “fattibilità” che individui la concreta utilità di ciò che si intende realizzare. Oggi, con il Piano decennale si è ipotecato circa l’1% del PIL per i prossimi 15-20 anni, ponendo in seria crisi la possibilità di introdurre innovazioni nel modo stesso di concepire i trasporti: da un lato, infatti, si investe sull’incremento della velocità di strade e ferrovie, dall’altro si abbandonano reti ferroviarie locali, rinunciando a elettrificare intere tratte, inducendo a preferire l’auto al treno. Emerge, con forza e urgenza, la necessità di rivedere la politica dei trasporti, considerando i costi e i benefici che possono derivare dagli investimenti previsti, comprendendo la necessità che rendere efficiente la mobilità, attraverso scelte di sostenibilità, è la soluzione per aumentare la competitività dei sistemi economici locali, oggi, senza dover aspettare che trascorra un decennio.
postato da: gruppo17 alle ore 14:56 | link | commenti
categorie: 07 contributi culturali
giovedì, 25 maggio 2006

Contributi Culturali



LEGGE URBANISTICA TOSCANA
E TUTELA PAESAGGISTICA

Roberto Mannocci
Presidente della Sezione di Lucca

Questo è l’intervento di Roberto Mannocci al convegno organizzato dal Consiglio Regionale Toscano di Italia Nostra a Firenze il 4 dicembre 2004, alla vigilia dell’adozione della nuova legge urbanistica toscana (L.R. n°1/2005). Se ne ripropone il testo in quanto contenente osservazioni a tutt’oggi pienamente valide ed alcune di esse sembrano recepite all’interno del Decreto Legislativo n 157 del 24 marzo 2006 che ha modificato parzialmente il Codice dei BB. CC. e del Paesaggio

Il Codice del Paesaggio
Il Decreto Legislativo 41/2004 (Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio) contiene rispetto alla normativa precedente due importanti innovazioni che qui vogliamo esaminare: un’interpretazione giustamente estensiva del concetto di paesaggio che quasi coincide con il territorio e un ridimensionamento del ruolo delle Soprintendenze nell’azione di controllo.
Il paesaggio non è soltanto la bella veduta naturalistica o l’estetico panorama cui si riferiva la L. 1497/39, ma divengono bene paesaggistico, e quindi di notevole interesse pubblico, gli immobili e le aree che abbiano “significato e valore identitario del territorio in cui ricadono o che siano percepite come tali dalle popolazioni”
(art.138). Sulla base di questo concetto estensivo (il Codice recepisce quello che da tempo è stato fatto proprio dalla Cultura) le Commissioni Provinciali, che saranno istituite dalla Regione e che vedranno la partecipazione del Direttore Regionale per i BB. CC e PP., dei Soprintendenti e di esperti in materia di tutela del paesaggio, saranno chiamate a ri-scrivere la mappa dei beni paesaggistici.
Questa fase e la successiva dichiarazione di notevole interesse pubblico per i beni paesaggistici così individuati è di spettanza della Regione e vede il Ministero per i BB. CC. nella veste di collaboratore per l’individuazione di questi Beni. È inoltre previsto per lo stesso Ministero la possibilità di surroga qualora queste Commissioni Provinciali o la Regione risultino inadempienti.
Tuttavia le tutele paesaggistiche non si esauriscono in questa opera.
Spetta alla Regione predisporre una specifica pianificazione paesaggistica che, affiancando quella urbanistica ordinaria, ripartisce il territorio in ambiti omogenei, da quelli ad alto pregio a quelli degradati, attribuendo a ciascun ambito un corrispondente obiettivo di qualità paesaggistica, che può andare dal mantenimento delle caratteristiche, delle tipologie, dei materiali, delle morfologie fino alla previsione di linee di sviluppo compatibili con il livello di valore riconosciuto in modo da “non diminuire il pregio paesaggistico del territorio”, oppure fino al recupero e alla riqualificazione delle aree degradate e all’individuazione di eventuali “categorie di immobili e di aree da sottoporre a specifiche misure di salvaguardia e di utilizzazione”, assegnando precisi criteri, prescrizioni e parametri vincolanti per la pianificazione urbanistica,che a quella paesaggistica dovrà essere adeguata.
Il Codice assegna alle Regioni l’elaborazione del Piano paesaggistico, come sopra si è detto, ma con la possibilità di elaborarlo in intesa con i Ministeri dei BB. CC. e dell’Ambiente tramite specifici accordi.
Se viene stipulata tale intesa (in modo del tutto volontario da parte regionale) il Codice prevede che soltanto per le aree di eccellenza dei valori paesaggistici sarà indispensabile la specifica autorizzazione paesaggistica oltre a quella edilizia, mentre per le altre aree basterà la verifica della conformità alle previsioni del piano paesaggistico e dello strumento urbanistico, da effettuarsi nel procedimento relativo al titolo edilizio.
Nel caso in cui Regione e Ministeri non concorrano all’elaborazione del piano paesaggistico l’autorizzazione paesaggistica dovrebbe essere obbligatoria anche nelle altre zone tutelate, ma che non rientrano tra quelle con caratteri di eccellenza.
Una grande innovazione viene apportata dal Codice nel campo della gestione e del rilascio delle autorizzazioni specifiche. La competenza esclusiva in questo settore è della Regione o “degli Enti locali cui viene delegata la competenza” attraverso la formazione di Commissioni per il paesaggio, “composte da soggetti con particolare e qualificata esperienza nella TUTELA del paesaggio” (art. 148).
Al Ministero per i BB. CC. spetta soltanto l’espressione di un parere sulle singole autorizzazioni prima del loro rilascio, ma questo parere non sarà vincolante. Infatti l’autorizzazione paesaggistica può essere rilasciata in difformità al parere della Soprintendenza. La potestà di veto e di blocco da parte delle Soprintendenze, con l’entrata in vigore a pieno regime del nuovo Codice, non esiste più.
Venendo meno questo ultimo baluardo (che a volte è riuscito ad evitare veri e propri scempi), deriva una enorme importanza e responsabilità per le Commisssioni per il paesaggio, tanto che ne dobbiamo richiedere una grandissima qualificazione.

La nuova normativa regionale
È in questo nuovo ambito legislativo che si collocano le norme regionali sull’uso del territorio della cosiddetta Supercinque (P.d.L.R. 346) [1] .
Questa assegna agli statuti dei vari strumenti urbanistici (PIT, PTC, PS) la valenza di piani paesaggistici.
In questo ambito non prevede alcuna forma di intesa della Regione con il Ministero per i BB. CC. per l’elaborazione dello statuto contenuto nel PIT (cui è assegnata valenza di piano paesaggistico alla scala regionale).
L’art. 34, c. 1, invece, prevede che lo statuto del P.T.C. (che ha valenza di piano paesaggistico provinciale) venga elaborato e approvato nel rispetto dell’intesa con il M. BB. CC. e con il Ministero dell’Ambiente.
Per l’elaborazione dello statuto del P.S. (quindi alla scala comunale), di nuovo la Supercinque non prescrive alcuna collaborazione con il Ministero.
Una situazione altalenante che ci appare non molto comprensibile, perché o l’apporto di competenze del Ministero dei BB. CC. è ritenuto importante e necessario per la pianificazione paesaggistica, e allora questo apporto dovrebbe essere sempre previsto a tutti i livelli di questa pianificazione, oppure la Regione decide che siano solo gli Enti locali ad elaborarla, accettandone tutte le conseguenze.
Chiaramente noi siamo a favore di una compartecipazione congiunta tra Amministrazioni locali e Ministeri nell’elaborare questo tipo di pianificazione proprio per la competenza e cultura specifica riscontrabili negli uffici ministeriali e carenti certamente, ad esempio, negli uffici comunali.
Da notare anche che solo con questa compartecipazione generalizzata dei Ministeri a tutti i livelli della pianificazione paesaggistica potrà essere evitata la richiesta della specifica autorizzazione paesaggistica per le aree di cui all’art. 143, c. 5, punto b e punto c (ovvero quelle che presentano livelli di non eccellenza paesaggistica).
Altro aspetto che vogliamo evidenziare nelle norme della Supercinque è la delega regionale ai Comuni del controllo e gestione della tutela paesaggistica attraverso le Commissioni comunali per il paesaggio. L’art. 89 della Supercinque lascia pressoché inalterata la composizione di queste Commissioni, formate da “esperti in materia paesistica e ambientale”, da “pescare” tra i professionisti iscritti da 5 anni agli albi professionali degli architetti, agronomi, ingegneri, geologi, tra i docenti universitari etc.
Orbene se teniamo presente ciò che si è verificato fino ad oggi in questo campo e se guardiamo con occhio disincantato come in realtà avviene la scelta di questi esperti, non c’è da essere confortati da questa conferma. Le nomine dei Consigli Comunali non si basano tanto sulla validità di un curriculum specifico presentato dai candidati, ma la scelta ricade solo su due persone gradite e vicine alla maggioranza ed una alla minoranza, perché in tal modo sono in grado di garantire che non verranno posti ostacoli alle volontà (spesso contrarie alla tutela) delle Amministrazioni. Se questo è ciò che si è verificato fino ad oggi (la tutela paesaggistica a livello comunale nell’80% dei casi è gestita così), questo sarà ancora più grave domani, perché scompare la possibilità che le Soprintendenze possano “mettere delle pezze” e bloccare alcuni dei molteplici misfatti. Proprio perché queste Commissioni saranno l’ultimo baluardo deliberante sulle autorizzazioni paesaggistiche è indispensabile garantirne una vera e grande qualificazione.

Altre proposte
Innanzi tutto, come richiede il Codice, i componenti le Commissioni devono avere particolare e qualificata esperienza nella TUTELA paesaggistica e non, come afferma la proposta di Legge Regionale 346, essere genericamente “esperti” in materia di paesaggio e di ambiente. L’esperienza richiesta, lo sottolineiamo, deve essere nella TUTELA del paesaggio e in questo senso deve essere rivisto l’art.89 della P.d.L. 346.
Ancora. Abbiamo sempre evidenziato come i Comuni siano organismi troppo sensibili e deboli alle pressioni dei singoli elettori e del potere economico locale. Proprio per questo riteniamo che la delega a questi organismi così deboli in una materia così delicata come quella paesaggistica non sia in grado di dare alcuna garanzia. Noi ravvisiamo la necessità che sia un organismo superiore a gestire questa materia.
Noi ravvisiamo nell’organismo provinciale la scala più opportuna per un controllo di questo genere, magari esercitato attraverso più Commissioni specifiche cui viene assegnata una parte coerente del territorio provinciale, (come ad esempio i comprensori ai tempi delle CIBA).
In tal modo sarebbe maggiormente garantita sia una prospettiva valutativa ad una scala più appropriata e più coordinata al suo interno per una valutazione su zone e situazioni simili, sia una necessaria qualificazione in materia di TUTELA paesaggistica da parte dei componenti (come è possibile trovare 3 esperienze qualificate in questo settore, come chiede il Codice, per ogni comune della regione per formare le commissioni occorrenti?), sia un criterio di nomina maggiormente slegato dalle necessità di condurre in porto le singole operazioni edilizie gestite dalle amministrazioni comunali, sia la necessaria approfondita conoscenza delle realtà territoriali da parte delle Commissioni stesse, sia l’effettiva possibilità di partecipazione ai lavori delle Commissioni da parte delle Soprintendenze (“di diritto”, come precisa l’art. 89, c. 8), possibilità altrimenti puramente teorica essendo le Soprintendenze dotate solo di un funzionario per ambito comprensoriale che evidentemente non può far la spola tutti i giorni tra i vari comuni della sua zona, passando da Commissione a Commissione…
Infine, un’articolazione del genere porterebbe anche a qualche non disprezzabile risparmio economico [2].

In chiusura, dopo questa richiesta di una ridefinizione della scala alla quale può essere esercitata in modo effettivo e conveniente una tutela paesaggistica, desidero avanzare una proposta che può apparire provocatoria, ma che in realtà non lo è.
Siccome il Codice, come sopra detto, prescrive che i componenti delle Commissioni per il paesaggio, chiamate a gestirne la TUTELA, devono essere “soggetti con particolare e qualificata esperienza nella TUTELA del paesaggio”, non è da ritenere che questo titolo possa essere maggiormente garantito da individui appartenenti alle Associazioni ambientaliste riconosciute, come la nostra, piuttosto che da un professionista del mattone i cui lunghi meriti sono quelli di aver lavorato tanto?
[3]

[1] Questo progetto di Legge è divenuto, senza sostanziali cambiamenti, la L.R. n°1/2005 ovvero la nuova legge toscana sull’uso del Territorio in sostituzione di quella precedente vigente dal 1990.
[2] Il Decreto Legislativo n. 157 del 24.03.06, con l’art. 16, interviene a ri-scrivere l’art. 146 del Codice nel senso auspicato da questa nota. Infatti il Decreto prevede che la Regione possa delegare la propria funzione di controllo sul paesaggio non ai singoli Comuni, ma a Commissioni locali di ambito provinciale o comprensoriale. Lo stesso articolo poi rende vincolante a tutti gli effetti il parere del Soprintendente sulla compatibilità paesaggistica.
[3] Il medesimo Decreto 157 riconosce la possibilità di partecipazione a tutti gli effetti delle Associazioni come Italia Nostra all’interno delle Commissioni per il Paesaggio, istituite a scala regionale per la dichiarazione di “notevole interesse pubblico” di ambiti territoriali. L’art. 7 del decreto (sostitutivo dell’art. 137 del Codice) recita: “ I restanti membri, in numero non superiore a quattro, sono nominati dalla regione tra soggetti con qualificata, pluriennale e documentata professionalita' ed esperienza nella tutela del paesaggio, eventualmente scelti nell'ambito di terne designate, rispettivamente, dalle universita' aventi sede nella regione, dalle fondazioni aventi per statuto finalita' di promozione e tutela del patrimonio culturale e dalle associazioni portatrici di interessi diffusi individuate ai sensi dell'articolo 13 della legge 8 luglio 1986, n. 349”.


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categorie: 07 contributi culturali

Iniziative
INIZIATIVA EDITORIALE
ARCHITETTURA NATURALE
Origine e diffusione dell’architettura vegetale e in terra cruda
Edizione Italia Nostra ONLUS – Sezione Provinciale Sinis Cabras Oristano – 2005
A cura di Mena Manca Cossu e Alberto Loche con Paolo Abis
 
Con il patrocinio di:
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI-DIPARTIMENTO PER I B ENI CULTURALI E PAES AGGISTICI
REGIONE AUTONOMA SARDEGNA-ASSESSORATO ALLA CULTURA
PROVINCIA DI ORISTANO-ASSESSORATO ALLA CULTURA
COMUNE DI CABRAS-ASSESSORATO ALLA CULTURA


 
Presentazione
La presenza di tanti esempi di architettura naturale, dalla terra cruda ai vari materiali vegetali che la natura ha da sempre offerto al territorio del Sinis e alla provincia di Oristano, nonché a tante altre parti della Sardegna, ha fatto sì che la Sezione provinciale Sinis di Italia Nostra si occupasse di questa tematica mettendo in campo giovani professionisti ed altri studiosi, i quali con un’accurata indagine d’archivio e sul campo conducessero un lavoro di ricerca tecnica e storico-antropologica sui modi di abitare di questa parte della Sardegna.
Così, alla fine del 2001, con la collaborazione del Comune di Cabras e dell’Amministrazione provinciale di Oristano viene realizzata ed esposta al pubblico presso il Museo Civico “G.Marongiu” di Cabras la Mostra “Abitare il Sinis: dalla baracca alla domu”, la quale, attraverso una settantina di pannelli, alcuni plastici e materiali audiovisivi, analizza le tipologie abitative del territorio dal Neolitico fino al xx secolo. L’interesse per questa mostra, che ha varcato la Sardegna per essere esposta a Bologna e a Pisa, è stato notevole e ha portato la Sezione del Sinis a riprendere ed approfondire il discorso su queste tecniche costruttive risalenti a circa ottomila anni e che interessano vari continenti. Richiesta e ottenuta la collaborazione del settore E/A di Italia Nostra, del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Sarda, della Provincia di Oristano e del Comune di Cabras sono stati organizzati a Cabras nel 2002 e nel 2004, due Convegni internazionali sul tema dell’Architettura naturale. Entrambi i Convegni hanno richiamato a Cabras studiosi, architetti e antropologi di vari paesi del Mediterraneo (Portogallo, Spagna, Palestina, Marocco, Italia) e dell’Iran che hanno presentato lo stato attuale dell’architettura naturale nei loro paesi d’origine o di paesi stranieri nei quali si sono trovati ad operare: è il caso degli architetti Carola e Galdieri, instancabili difensori dell’Adobe che hanno operato in alcuni stati africani e in Iran. Mentre gli architetti Ferrara e Lorusso hanno fornito interessanti spunti di confronto trattando il tema della progettazione del paesaggio e dei luoghi.
I temi inerenti la legislazione in materia, peraltro presentati nella loro problematicità nel corso del primo convegno, sono stati approfonditi nel secondo grazie alla presenza di alcuni politici e tecnici provenienti dalla Sardegna e da altre regioni italiane dove la carenza normativa causa ritardi negli interventi di recupero e valorizzazione di tanti eloquenti esempi di architettura naturale. La documentazione di carattere pratico, ben illustrata dai vari relatori con l’ausilio di mezzi tecnici, hanno consentito ai tanti convenuti, non solo tecnici della materia, ma anche ai tanti cittadini comuni, di comprendere il grande valore storico e culturale di edifici realizzati con la tecnica della terra cruda in aiuto della quale già da tempo in Sardegna e in altri paesi è venuta l’Università con una serie di studi sui materiali, sulle loro caratteristiche, sulla loro resistenza e sull’opportunità del mantenimento di questa tecnica antichissima, con varianti locali, pur sempre naturali.
Per quanto si sia riconosciuto che a tutt’oggi sono stati fatti modesti passi avanti nel rllancio delle abitazioni in crudo e poco è stato fatto nel recupero di tanti manufatti e testimonianze dell’ architettura naturale, si è giunti alla convinzione che diventa sempre più urgente ricorrere a un costante monitoraggio del patrimonio e sollecitare interventi pubblici con incentivazioni previste da adeguate leggi nazionali e regionali. Si è infatti consapevoli che gli alti costi, dovuti al ricorso a manodopera artigianale specializzata e alle difficoltà a reperire tutti i materiali naturali, rallentano il rilancio di queste antiche tecniche costruttive. Ciò detto, la Sezione Provinciale Sinis, avendo ravvisato l’importanza che i Convegni di Cabras e gli studi portati avanti in collaborazione con gli Enti pubblici per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale dei nostri Paesi, ha voluto raccogliere i materiali prodotti nel corso di queste iniziative culturali, che possono costituire opportunità di riflessione sui temi trattati, e si impegna a collaborare con altre associazioni ed Enti perché sistematici e produttivi incontri futuri possano assicurare lunga vita a materiali, mezzi e tecniche che rischiano di essere perduti.
 
Mena Manca Cossu
Alberto Loche
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categorie: 02 le nostre iniziative
mercoledì, 24 maggio 2006

Contributi Culturali
SULLE NORME URBANISTICHE
DELLA REGIONE UMBRIA
 
Evaristo Petrocchi
Presidente del consiglio regionale umbro di Italia Nostra
 
1. Il concetto di “sviluppo sostenibile” è quello che più frequentemente ricorre nell’ambito della più recente legislazione umbra. Con la nuova legge urbanistica 22.2.05 n.11 (“norme in materia di governo del territorio: pianificazione urbanistica”) si dichiara espressamente (art. 1, comma 3) che la regione persegue “obiettivi di qualità nel governo del territorio, attraverso l’attivazione di politiche di sviluppo sostenibile e la promozione di una disciplina urbanistica di uso del suolo improntata a criteri di tutela e valorizzazione delle risorse naturali ed antropiche, con particolare attenzione alla biodiversità, alla qualità dello spazio rurale, alla qualità urbana e alla qualità paesaggistica del territorio”. La stessa nozione si ritrova allorché la normativa definisce il contenuto del piano regolatore generale (art. 2) mentre nella sostanza il principio viene anche ribadito nelle più specifiche disposizioni per il territorio agricolo ove l’uso dello spazio rurale, che come è noto caratterizza gran parte del paesaggio umbro, viene disciplinato in modo da coniugare la funzione socio-economica delle aree agricole con la conservazione e difesa dell’ambiente, del paesaggio e dei relativi aspetti storici e culturali (art. 32). Ma affermazioni di principio di questo tipo sono anche contenute in larga misura nel PUT (piano urbanistico territoriale) e nel PTCP (piano territoriale di coordinamento provinciale), richiamati espressamente dalla citata LR 11/05 e che costituiscono da oltre un decennio i principali strumenti di disciplina del territorio, su base rispettivamente regionale e provinciale, come si evince facilmente guardando le precedenti leggi che li hanno istituiti e regolamentati (la LR n. 28/95, la LR 31/97, la LR 27/00 ecc.). In particolare è demandato espressamente al PUT di indicare le modalità dello sviluppo sostenibile (art. 1, comma 3, LR 27/00), che definisce anche le potenzialità territoriali dell’Umbria nell’ambito degli “scenari tematici” che la stessa disposizione individua in primo luogo nel “sistema ambientale” e nello “spazio rurale” (art. 8, comma 1, LR cit.). Non solo peraltro lo spazio rurale ed il paesaggio agrario sono riguardati nell’ottica di uno sviluppo sostenibile ma le stesse attività produttive come p.es. l’attività zootecnica (art. 22 LR ult. cit.) e la stessa visione dell’impresa “agricola” alla quale anche è demandata “la primaria tutela e valorizzazione dello spazio rurale avendone la competenza tecnica e le conoscenze scientifiche” (art. 18, comma 2, LR ult. cit.). E tutto questo in conformità a quanto dispone lo stesso Statuto regionale, sia nella vecchia che nella nuova e recente versione approvata quasi un anno fa e dove infatti si ripete che “l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio culturale” sono beni essenziali della collettività che “ne assume la valorizzazione ed il miglioramento come obiettivi fondamentali della propria politica, per uno sviluppo equilibrato e sostenibile (cfr. art. 11 nuovo statuto). In sostanza si può dire che tutta la legislazione umbra almeno dell’ultimo decennio è stata formalmente improntata sul concetto di sviluppo sostenibile quale nozione assertivamente idonea a tutelare l’ambiente ed il paesaggio ed al tempo stesso le esigenze del progresso dell’economia.

2. Una oggettiva fotografia del paesaggio umbro attuale dovrebbe allora dimostrare cosa ha significato in questo decennio l’attuazione pratica di tale enunciazione e quindi ciò che in concreto voglia dire sviluppo sostenibile. E dovremmo allora concludere che sviluppo sostenibile voglia dire ciò che oggi appare: una campagna umbra oramai densa di manufatti di anonima edilizia a basso costo, casali a pietra sempre più rari ed in molti casi trasformati irrimediabilmente con ampliamenti in edifici che hanno perso le caratteristiche tipiche originarie, diminuzione della colture agrarie tipiche, periferie industriali e commerciali che circondano le principali città d’arte quali Assisi, Perugia, Spello, Gubbio, Spoleto ecc., capannoni industriali che ne offuscano la visuale (uno recente impedisce clamorosamente la visuale dalla E/45 nei pressi di Foligno e ciò nonostante che una norma della LR n. 27/00, l’art. 25, preveda espressamente che il PTCP debba tutelare “l’immagine dell’Umbria ed i suoi singoli componenti costituiti dai centri storici e dagli altri elementi paesaggistici di particolare valore estetico culturale, anche in rapporto alla percezione degli stessi dalla viabilità di interesse regionale, o dalle strade statali, individuando i coni di visuale da preservare”), immancabili baracche di lamiera (per lo più abusive ma destinate tendenzialmente ad essere condonate per essere trasformate in nuovi annessi e, poi, in molti casi in alloggi agrituristici). Inoltre l’art. 20 della LR n. 27/00 dispone che nelle aree di particolare interesse agricolo la realizzazione di infrastrutture dovrebbe considerasi ipotesi eccezionale “qualora sia dimostrata l’impossibilità di soluzioni alternative”: ma anche tale previsione dovrà necessariamente cedere di fronte alle opere strategiche della cd. legge obiettivo come il nodo di Perugia o la trasformazione in autostrada della E/45 ove la superiore “intesa” Stato – Regione prevista dal D.leg,.vo n. 190/02 si è perfezionata con l’approvazione del progetto preliminare dell’opera da parte del CIPE anche dal punto di vista ambientale ed urbanistico costituendo automatica variazione degli strumenti urbanistici vigenti ed adottati.

3. Quella di Italia Nostra non è una posizione forzatamente allarmistica come spesso viene disegnata da vari rappresentati politici, né un improvvido attacco al “buon governo” di coloro che sono stati eletti democraticamente per reggere le sorti di un ente pubblico, un comune, una provincia, una regione. È una diversa posizione culturale. E sulla base di questa impostazione, che è quella che antepone il paesaggio allo sfruttamento economico puro e che vede in esso la risorsa prima da conservare per il nostro Paese e per il suo benessere, deve essere ammesso di poter criticare un modo di legiferare che anche in Umbria non è stato in grado di evitare che il paesaggio perda progressivamente la propria identità. Il concetto di sviluppo sostenibile risulta oramai inadeguato per una effettiva tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, poiché si basa sul tradizionale sistema, tutto italiano, di legiferare per forme e per enunciazione di principi, apponendo vincoli e limiti formali, ma senza garantire un effettivo risultato del conseguimento degli obiettivi programmati. Se l’obiettivo primario dunque è la conservazione delle caratteristiche dello spazio rurale umbro e della sue vocazioni, l’attuazione di questo obiettivo non può essere lasciata al mero rispetto della legalità formale che debbano garantire gli amministratori, gli organi di tutela e poi i giudici, ma deve essere anticipatamente ipotizzata mediante uno studio esigenziale preventivo del territorio e delle relative zone ed ambiti che consenta di stabilire quale sarà il risultato attendibile e visibile di una certa legislazione urbanistica. Una legislazione quindi non più formalistica e di principi e vincoli ma una regolamentazione di risultato, stabilendo da subito quali siano le scelte ed i presupposti culturali che la devono indirizzare, da manifestare non già per astratti proclami ma in concreto, zona per zona, territorio per territorio, rendendo anche virtualmente visibile ciò che ammesso e ciò che è vietato e ciò che non potrà essere in alcun modo modificato se la scelta primaria è appunto quella di considerare il paesaggio come risorsa e non come limite di sostenibilità per lo sviluppo.
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martedì, 23 maggio 2006

Contributi Culturali


Competitività, innovazione e sostenibilità
Tre parole chiave per comprendere il cambiamento


Andrea Ferraretto
Italia Nostra, Sezione di Roma

Un programma capace di dare futuro alle speranze dell’Italia dovrebbe partire da questi tre concetti, comprendendo a fondo i legami e le correlazioni che vi si possono riscontrare. Non è un passaggio da trascurare: oggi il vero obiettivo per assicurare un futuro di sviluppo, basato sulla competitività reale, evitando il ricorso allo sfruttamento del lavoro e la riduzione delle garanzie sociali, è dato dalla capacità di gestire in modo sostenibile le risorse naturali, acquisendo un ruolo e una posizione nel settore dell’innovazione tecnologica e della ricerca scientifica applicata. Significa adottare scelte, industriali ed economiche, improntate alla sostenibilità, favorendo la diffusione di innovazione, efficienza e tecnologie in grado di utilizzare minori quantità di risorse, prima di turtte l’ebergia Oggi l’Italia è uno dei paesi europei che investe meno nell’innovazione tecnologica, che registra a un arretramento nella ricerca scientifica e nell’adozione di politiche di sostenibilità ambientale: l’Italia è uno dei paesi più dipendenti dal trasporto privato su gomma, con una delle reti ferroviarie meno integrate ed efficienti in termini di capacità e velocità; l’intermodalità del trasporto delle merci e il trasporto pubblico nelle aree urbane sono pressoché un’ipotesi. L’efficienza energetica del nostro Paese è a un livello trascurabile e la dipendenza da fonti fossili è tra le più elevate: l’impiego di risorse rinnovabili, prima tra tutte quella solare è lasciata in un quadro marginale. Anche le politiche di gestione del territorio e la tutela della biodiversità e del paesaggio sono considerate qualcosa di residuale, più attinente alla “bellezza” estetica che non alla conservazione di risorse essenziali per la vita e la qualità dello sviluppo. Come si fa a continuare a parlare di turismo e agricoltura indicandoli come due settori strategici per lo sviluppo del Mezzogiorno e delle aree rurali e poi proporre la svendita delle spiagge e dei beni culturali come soluzione per risanare i conti dello Stato? Manca una politica di gestione delle risorse ambientali e naturali che comprenda e applichi il concetto per cui il turismo e la produzione di prodotti alimentari di qualità dipendano in modo inequivocabile dalla disponibilità di spazi e sistemi territoriali mantenuti in equilibrio. Le aree naturali protette, la Rete europea Natura 2000, sono tuttora vissuti come un vincolo per lo sviluppo e un limite per l’espansione delle attività produttive: ma senza mare balenabile, fiumi puliti, centri storici recuperati, strade decongestionate, qualità dell’aria e dell’acqua, come si fa a continuare a progettare l’incremento dell’offerta turistica? Ogni anno vengono resi noti i dati sulla balneabilità delle coste italiane, da parte del Ministero della Salute ogni anno si registra un incremento dei divieti di balneazione e, a cosa si assiste? A una politica di gestione del territorio che favorisce l’edificazione, anche attraverso i ricorsi ai condoni e l’assoluta mancanza di una concreta azione di tutela, ripristino e valorizzazione. L’ultima proposta, frutto di menti illuminate e dotate di grande visione strategica, è stata quella di proporre la svendita delle spiagge per realizzare alberghi e villaggi turistici. Ha un senso? Quale effetto produce sulla qualità e sulla competitività dei sistemi locali di offerta turistica? Mancano le idee e soprattutto il senso dello Stato di saper impegnarsi per realizzare un processo di sviluppo che duri nel tempo: si ha sempre l’impressione che tutto venga deciso e attuato con logiche di breve periodo, ancora legate al concetto di consumo delle risorse e non a quello di gestione. Forse più che continuare a proporre grandi opere, con investimenti di difficile reperimento, bisognerebbe saper programmare e governare nella direzione di restituire competitività all’economia garantendo qualità dell’ambiente, certezza delle regole e continuità nell’azione.

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Spaziogiovani


Le Giornate Ecologiche

  

Scuola Elementare "E.Codignola", Crotone, 1989

Scuola Elementare "A. Rosmini", Crotone, 1976

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lunedì, 22 maggio 2006

Spaziogiovani
Una giornata di volontariato ecologico presso la Torre Costiera di Scifo

Alcuni anni fa, l’Istituto Nautico di Crotone, come tante altre scuole, hanno partecipato con entusiasmo ad un ambizioso ed innovativo progetto culturale di ItaliaNostra, “Torre Scatenata”, legato al paesaggio costiero ed alla valorizzazione e tutela della cultura del mare. Un gruppo di studenti aveva partecipato ad un corso di educazione ambientale sulla presenza e la funzione delle numerose Torri Costiere che sorgono nel territorio dell’Area Marina Protetta Capo Rizzuto. Allo scopo di conoscere meglio questi beni culturali, considerati erroneamente minori, erano state organizzate anche delle visite guidate oltre che alcune attività di volontariato ecologico.
In particolare, gli studenti del corso avevano scelto di dedicare una giornata alla pulizia  di una delle più belle spiagge dell’Area Marina, quella di Scifo, presso Capo Pellegrino, su cui sorge la omonima Torre Regia Marittima. La magnifica Torre Costiera, di proprietà privata, in ottimo stato di conservazione, si erge sul promontorio a picco sul mare, circondata da arbusti della macchia mediterranea. Dalla Torre si può ammirare la caletta sottostante contornata di scogli a mare e le altre frastagliate insenature che caratterizzano tutta l’Area Marina.
Dopo aver “letto” il paesaggio, aiutati da noi docenti, i giovani erano passati all’attività concreta di pulizia dell’arenile, per raccogliere una buona quantità di rifiuti di ogni genere che deturpavano la bellezza del luogo, compromettendone anche la fruizione. Davvero una bella, seppure faticosa,  esperienza per gli studenti, premiata da un fresco bagno ristoratore e dalla consapevolezza di aver dedicato una giornata del loro tempo libero alla tutela attiva del territorio ed alla conoscenza “ravvicinata” di un antico presìdio del mare e delle coste. Un sentirsi (ed essere) protagonisti di un nuovo modo di relazionarsi con il mare e con la sua antica cultura, di averne rispetto ed amore.
Ci chiediamo, a questo punto, rimanendo in tema di tutela: che fine farà  il valido ed ambizioso progetto culturale “Torre Scatenata” che tanti consensi aveva ottenuto nel mondo della scuola, tra i giovani e le popolazioni locali?
 
Teresa Liguori
Presidente Consiglio Regionale di ItaliaNostra-Calabria

Foto di Teresa Liguori
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Spaziogiovani
Dedichiamo ad Umberto Zanotti Bianco
il giardino dell'Ospedale Civile di Crotone

La sezione di Crotone, grazie all’adesione di docenti e studenti, aveva preparato un progetto di educazione ambientale, finalizzato alla trasformazione di alcune aree incolte della città in giardini/parchi pubblici. Grazie alla sinergia tra volontariato-scuola-amministrazione civica, la città aveva cominciato a presentarsi più “verde”e gradevole, ed i giovani si sentivano protagonisti attivi di questo cambiamento dovuto anche al loro impegno, indirizzato pure alla conoscenza ed alla tutela dei numerosi beni culturali sparsi nel territorio.
In occasione di un convegno organizzato da ItaliaNostra il 19-20 giugno 1999 sulla figura e l’opera del senatore a vita Umberto Zanotti Bianco, i vertici di ItaliaNostra, tra cui l’allora Presidente nazionale Desideria Pasolini, proposero al Sindaco della città di intitolare al primo Presidente di ItaliaNostra il giardino dell’ospedale civile, che gli studenti delle scuole superiori avevano creato in un’area del centro urbano, degradata e piena di rifiuti. (vedi foto allegata, di Teresa Liguori)
Il Sindaco accolse favorevolmente la proposta.
Sono trascorsi tanti anni, il giardino, creato dai giovani volontari di ItaliaNostra, è diventato un Parco pubblico, ma il nome di Zanotti Bianco non gli è stato ancora dato.
Sarà la prima richiesta che ItaliaNostra rivolgerà al Sindaco che sarà eletto nelle prossime
elezioni amministrative.
 
Teresa Liguori
Presidente Consiglio regionale ItaliaNostra-Calabria


Foto di Teresa Liguori
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sabato, 20 maggio 2006

Contributi Culturali
BENI E ATTIVITÀ CULTURALI/
EUTANASIA DI UN MINISTERO
 
 
Irene Berlingò
Italia Nostra, Sezione di Roma
 
Questo contributo è l’intervento di Irene Berlingò alla giornata di protesta organizzata dal Comitato per la Bellezza e dall'Associazione Bianchi Bandinelli, Roma 11 novembre 2005. L’intervento è inedito e perfettamente attuale.
Le note contengono aggiornamenti sopravvenuti nel frattempo.
 
Parlare oggi di un sistema nazionale della tutela è solamente puro eufemismo; in realtà siamo arrivati ad una situazione cantonale, neanche regionale. Appare infatti tristemente superata la previsione che io stessa prefiguravo, poco più di un anno fa, evocando provocatoriamente l’abolizione del Ministero per i Beni e le Attività culturali (Bollettino di ItaliaNostra n. 401, giugno 2004, dossier, p. 2 ss.). Ma cominciamo a considerare gli ambiti che abbraccia questo Ministero: è opinione comune dei tecnici che le attribuzioni in materia di spettacolo, sport e impiantistica sportiva, risalenti al 1998, Ministro Veltroni, invece che potenziare la struttura, l’abbiano resa pesante senza che a ciò siano corrisposti adeguati finanziamenti, impoverendo perciò ulteriormente i settori corrispondenti.
Oggi, invece che prendere coscienza dello stato di fatto, si continua ad improvvisare, addirittura prefigurando l’unione dei Beni culturali con il Turismo – mi riferisco a dichiarazioni dell’On. Fassino riportate pochi giorni fa dalla stampa[1].
I due settori certamente sono connessi, ma diversificati e necessitano ambedue di finanziamenti adeguati, oltre che di una gestione centralizzata; infatti anche il Turismo allo stato odierno è decentrato in maniera oserei dire insensata, quando invece una delle nostre maggiori risorse dovrebbe giovarsi di direttive a livello nazionale e infatti i risultati si vedono nelle statistiche. Una politica efficace per i due settori dovrebbe perciò prevedere linee guida e finanziamenti diversificati, onde evitare sofferenze di un settore a scapito dell’altro, come oggi si verifica soprattutto per lo spettacolo. All’epoca il Consiglio nazionale approvò questa scelta, dato che l’alternativa, nella riorganizzazione ministeriale che si stava varando, sarebbe stata quella di essere accorpati con l’Istruzione e non con l’Università e la Ricerca.
Alla luce dei fatti la scelta si è rivelata perdente e oggi sembra più giusto semmai tornare a parlare di beni culturali e ambientali, in quanto si tratta di due categorie di beni strettamente connessi, dalle scelte e dai finanziamenti dell’uno dipendono infatti le sorti dell’altro e viceversa. In breve, siamo nella sfera della tutela del territorio, a cui attendono in primis archeologi, architetti e storici dell’arte, a cui si aggiungono un