Cronache
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TOSCANA/
UNA REPLICA DI ITALIA NOSTRA E WWF
Sul PIT della Regione Toscana
L'Assessore Regionale Riccardo Conti, il giorno 26 marzo, durante il convegno sul Governo del Territorio a Firenze, ha affermato che, essendo state accolte, a quanto sembra, alcune osservazioni puntuali da noi sottoscritte assieme ad altre Associazioni ambientaliste nella fase di discussione nella competente Commissione regionale, il PIT risulta uno strumento pienamente condiviso da Italia Nostra e dal WWF.
L'affermazione non risponde a verità! Quanto dettagliatamente e approfonditamente osservato in seno al Convegno di Firenze organizzato da Italia Nostra il 9 Dicembre u.s. e poi ufficialmente redatto da Italia Nostra e inoltrato tramite un lungo, circostanziato documento alla Regione Toscana in data 28 Dicembre u.s. (e condiviso dal WWF), resta ad oggi pienamente valido e resta valida integralmente la critica di fondo alla sostanziale carenza di protezione paesaggistica. Ribadiamo un concetto più volte espresso: "Il PIT si limita ad essere un elegante documento di buone intenzioni!".
Le correzioni accolte e apportate al testo originario in sede di Commissione (in particolare quella sulle tipologie insediative collinari e quella sulla rivisitazione dei piani attuativi non "in opera") sono sicuramente migliorative dello strumento, ma solo in alcune sue parti e non non ne intaccano l'impianto del tutto carente di contenuti precettivi.
Ad oggi pertanto è impossibile affermare che le sottoscritte Associazioni hanno espresso parere favorevole sul PIT. Come impossibile è sostenere che il problema degli "ecomostri" è conseguenza solo delle normative previgenti alle innovazioni apportate dalle leggi Urbanistiche regionali N° 5/1995 e N° 1/2005! Non è così, gli "ecomostri" sono nati e stanno nascendo anche a seguito di queste normative!
Il nostro parere ad oggi è stato ribadito il 25 marzo u.s. nell'incontro promosso dal prof. Alberto Asor Rosa e ufficialmente sarà quello che emergerà definitivamente dalle Osservazioni formali che presenteremo successivamente alla delibera Consiliare di adozione di questo strumento urbanistico, su un testo completo, chiaro e definito, come prevede la legge.
Nicola Caracciolo, Presidente Italia Nostra Toscana
Guido Scoccianti, Responsabile WWF Toscana
Contributi Culturali
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ARCHITETTURE DI APPARENZE
Estraiamo da Repubblica del 26.03.07 un interessante articolo di Stefano Fiera titolato “Il ‘Modernetto’ nuova minaccia urbana”, sull’architettura contemporanea come pura immagine.
II quadro che viene fuori non è certo dei più esaltanti: rappresenta una visione edulcorata e plastificata, ma soprattutto de-ideologizzata, del "Moderno". L'ambiente cittadino è completamente stravolto, c'è il rifiuto per strade e piazze, si vuole stupire con i più diversi materiali tecnologici.
Milano - Più che le mostre d'urbanistica e d'architettura — che per definizione sono esercizi teorico/propagandistici volti a presentare la realtà come i curatori vorrebbero che fosse, piuttosto che come davvero è — per capire quale direzione stiano prendendo le nostre città è soprattutto utile osservare le fiere internazionali per operatori immobiliari. Ce ne sono diverse, ma fra tutte forse la più spettacolare è il Mipim di Cannes, da poco conclusosi. Per qualche giorno, in un clima da fiesta mobile, lo yuppismo internazional-immobiliare si ritrova sulla Croisette per sfidarsi a una formidabile partita di Monopoli globale. Partecipare all'evento è, per un architetto, un'esperienza nel contempo esaltante e frustrante, al massimo livello.
È un po' come per un topo visitare una fiera del formaggio, però organizzata dai gatti. Il formaggio è, nella fattispecie, l'incredibile quantità e varietà di occasioni di architettura che vi s'incontrano. Per quanto possa sembrare ovvio, colpisce che gli stand più ricchi siano_ quelli degli ex paesi socialisti. Colpisce sia per il contrasto col loro recente passato, sia perché eravamo abituati a vederli rappresentati nelle nostre fiere da stand rabberciati, a base di matrjoske, foto di fabbriche modello e di mietitori felici. Qui invece appaiono sfavillanti e non solo per le sofisticate strutture espositive, ma per l'offerta di ma-stodontiche operazioni immobiliari: intere città, villaggi turistici, alberghi di lusso in riva a mari e laghi, centri direzionali e commerciali. Gli stand dei paesi occidentali, per quanto eleganti, risultano invece miserelli perché hanno ben poco da offrire: qualche ex terreno industriale su cui costruire un po' di uffici, un outlet, un supermercato.
E così per attrarre i visitatori vi si offrono degustazioni di vini e formaggi, quelli veri però. Di fronte a tutto questo ben d'iddio, di fronte a queste montagne di formaggio, metaforico o reale che sia, l'architetto è disorientato. Ma dopo i primi attimi di smarrimento, capisce che tutte quelle mirabolanti opportunità progettuali, difficilmente, o comunque in minima parte, potranno tradursi in vera architettura. Del resto, tutte le varie offerte d'investimento immobiliare, sia che nascano dalle ceneri del socialismo reale dell'est, sia dalle macerie del welfare socialdemocratico dell'ovest, hanno un ben preciso comune denominatore, che è una stessa immagine preconfezionata.
Un'immagine che sa di omogeneizzato, più che di buon formaggio, e che rimanda a una sorta di "Neo International Style", o meglio di "Global Style", per dirla cogli Inglesi più trendy che qui, come in tutti gli ambienti globalisti, la fanno da padroni. In realtà, questa dominante immagine architettonica che sembra mettere d'accordo la mafia russa cogli sceicchi petroliferi, i "baba-cool" parigini cogli "highbrows" londinesi, non è altro che banalissimo "Modernetto", ossia una versione edulcorata, evirata, plastificata, ma soprattutto de-ideologicizzata del Moderno. Si capisce allora che il Modernetto sta al Moderno come il Barocchetto sta al Barocco. Così come il Barocchetto stempera in rocaille, ossia in conchiglie e fogliami, le raffinate complessità geometriche del Barocco borromi-niano e guariniano, così il Modernetto trasforma in esibizionismo tecno-manierista il rigore miesiano e il purismo lecorbusieriano. Ma à differenza del Barocchetto, il Modernetto non si limita a questioni di facciata, bensì porta a un reale stravolgimento della forma urbana, soprattutto quando interviene in ambiti consolidati come quelli delle città italiane. Quali sono allora i principi compositivi del Modernetto? Primo fra tutti è il rifiuto programmatico dello spazio urbano prospettico, ossia della strada e della piazza, cioè degli elementi fondativi della città europea. Tale principio è senza dubbio il più devastante per il fatto che il Modernetto, quando interviene in un contesto urbano tradizionale, invece che ricucire il tessuto esistente produce ulteriori lacerazioni, generando isole autoreferenziali, antitetiche al contesto. Il secondo principio consiste nel equiparare l'architettura alla scultura, quasi a voler suggerire il fatto che l'edificio, al pari dell'oggetto scultoreo, non sia destinato a essere vissuto al suo interno, ma a essere principalmente osservato dall'esterno.
E infatti tutte le opere del Modernetto aspirano a diventare landmark, elementi iconici del paesaggio urbano, oggetti fuori-scala tesi a dimostrare la propria artisticità per il fatto d'essere inconcepibili come edifici. Il terzo principio, che è in parte anche corollario del precedente, è l'uso decorativo della tecnologia. Bandita ogni remora razionalista e funzionalista, il Modernetto attinge a tutti i cataloghi di materiali e di tecnologie costruttive disponibili, non allo scopo di trovare la soluzione più congrua, ma per stupire chi quei materiali e quelle tecnologie non conosce. Infine, principale portato del Modernetto è lo stilismo, inteso come esaltazione della griffe, della firma, in grado di garantire la riconoscibilità dell'autore al momento più in voga. Ma questo è forse anche il suo tallone d'Achille, soprattutto in Italia. Qui, infatti, ci si rivolge all'architetto-stilista essenzialmente per riceverne pubblicità e per far approvare i progetti, almeno a livello urbanistico. Ottenuto ciò, il progetto è manipolato, smembrato, ceduto ad altri. A quel punto, non è più questione né di Moderno, né di Modernetto, perché a soccombere è l'architettura tout court. E allora a leccarsi i baffi sono i gatti, che di topo e formaggio hanno fatto un sol boccone.
Iniziative
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RIPA DI MEANA: SALVIAMO IL PAESAGGIO!
Sulla base di una dichiarata iniziativa del Ministro Rutelli, il Presidente di Italia Nostra Ripa di Meana invita e fa appello a tutte le Sezioni perché collaborino segnalando tutto ciò che ha deturpato o sta per deturpare il paesaggio dei propri territori. L'auspicio è che tutte le Sezioni vogliano rispondere puntualmente documentando diffusamente ed efficacemente il vasto attacco che stanno subendo i beni paesaggistici... con la speranza che il Ministero, poi, voglia e sappia metterci un freno.
Gentili Presidenti,
come saprete il 17 marzo il Ministro Rutelli ha tenuto una importante conferenza stampa e, come riportato dal Corriere della Sera del 18, ha dichiarato: “tutte le Soprintendenze competenti in materia di paesaggio dovranno comunicare entro 15 giorni alla Direzione Generale le emergenze e le criticità più rilevanti… il tutto allo scopo di disporre di una Carta del rischio paesaggistico, con il censimento dei disastri annunciati e di quelli in corso, al fine di consentire al Ministero di agire tempestivamente”.
Raccomanderei a tutte le Sezioni di prendere in seria considerazione questo invito segnalando alle Soprintendenze ai beni ambientali e architettonici competenti per il loro territorio e, per conoscenza, alla Direzione Generale per i Beni architettonici e paesaggistici (e possibilmente alla Sede Nazionale di Italia Nostra agli indirizzi di posta elettronica info@italianostra.org - segreteria@italianostra.org) i casi di grave attentato al paesaggio che ritenete più opportuni. Sono certo che spesso le Sezioni di Italia Nostra ne sappiano di più delle stesse Soprintendenze e che si avrà la certezza che tutti i casi di attentato al paesaggio verranno effettivamente inviati direttamente al Ministero, anche laddove “la pigrizia” di qualche Soprintendente prevalga sulla volontà di collaborare a questa operazione.
Sono certo che saprete approfittare di questa opportunità, dando ulteriore contributo al grande impegno che attualmente Italia Nostra Nazionale sta incentrando sulla tutela del paesaggio, il grande malato tra i beni culturali italiani.
Il Codice Urbani prevede la redazione di nuovi piani paesistici e immagino che, come viene segnalato dagli amici del Lazio, sia questa l’occasione per i Comuni e per i loro referenti in Regione, per introdurre cambiamenti peggiorativi rispetto ai precedenti Piani paesistici, eliminando vincoli e classificazioni non graditi.
Segnalazioni
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DRESDA IN PERICOLO!
No al Ponte ed all'autostrada tra i bellissimi prati!
Firmiamo l'appello degli amici di Dresda!
http://www.elbwiesen-erhalten.de/unterschriftenliste/en.php

Manifestazione di protesta con 10000 persone
contro il ponte e l'autostrada a Dresda 8 e 9 Marzo 2007
Cronache
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IL GIGANTE DI MARMO
Un immenso giacimento di marmo dove è difficile controllare l’applicazione delle regole. In tre a vigilare sulle cave. 84 aziende su 67 chilometri quadrati di bacino. E per molti anni si è ignorata la realtà: il businnes dei detriti.
Il Tirreno - 15 marzo 2007
CARRARA. Le cifre sono impressionanti e da sole sono più eloquenti di qualsiasi commento. Il Gigante di Marmo, a monte della città, ha una superfice di 67 chilometri quadrati e un volume di 60 miliardi di metri cubi. E’ un immenso giacimento nella valle del Carrione, da Torano a Miseglia e Colonnata. Le cave attive sono 84 e ogni anno - secondo i dati del 2006 - tirano via dal monte 5,2 milioni di tonnellate di pietra. Ma il Gigante di Marmo ha i piedi in frantumi.
L’escavazione avviene secondo un “piano di coltivazione” che deve essere autorizzato da una unità operativa dell’amministrazione comunale. E qui emergono altri numeri, ugualmente significativi, ma per la loro pochezza. A rilasciare le autorizzazioni alle attività estrattive e a vigilare che tutto avvenga secondo i piani industriali presentati e approvati, sono in tutto tre persone. Il responsabile dell’unità operativa del Comune è il dottor Antonino Criscuolo, geologo che si avvale di due soli dipendente, un’altra geologa, la dottoressa Lorenza Bellini e il geometra Paolo Corbani. Ce la potranno mai fare, in tre, a controllare un’attività così vasta?
«Quando va bene li vediamo su per le cave una volta la settimana, ma possono passare anche dei mesi senza che si faccia vivo qualcuno del Comune» dicono alcuni cavatori durante la pausa pranzo nel bacino di Colonnata. E come potrebbe essere altrimenti?
«Ci sono cave vere e cave finte» dice il geometra che lavora per una delle aziende più importanti del settore. E spiega: «Ci sono cave che non hanno neppure una ruspa, che forse non hanno neppure i fili diamantati, ma tanti martelli pneumautici. Più che cavatori bisogna chiamarli sbriciolatori...» Così si va subito al cuore del problema: i blocchi di marmo, un milione scarso di tonnellate, che cedono il passo all’affare dei detriti. Una storia vecchia, passata sotto silenzio per molti anni, divenuta una battaglia alla fine degli anni Novanta, ma poi persa e nuovamente dimenticata. Finché l’alluvione del settembre 2003 non la riportò alla ribalta con il suo carico di morte e distruzione e oggi l’inchiesta della magistratura la rilancia con una serie di accuse assai pesanti. Il fenomeno aveva assunto grandi proporzioni quando si scoprì che le multinazionali del carbonato di calcio facevano affari d’oro con i sassi dei ravaneti, considerati da sempre solo un materiale ingombrante, ma poi divenuti preziosi per le industrie dei detersivi, dei dentifrici, dei mangimi per gli animali e molte altre applicazioni. Le amministrazioni pubbliche ne presero coscienza con grave ritardo, basti dire che nel 1993 la giunta presieduta dal repubblicano Alberto Pincione pensò di chiudere l’argomento con una forfetizzazione a prezzi di saldo (600 lire a tonnellata) che oltre tutto sottovalutava la dimensione del fenomeno. La massa dei detriti era calcolata in poco più di un milione di tonnellate l’anno, ma appena l’anno successivo, una relazione dell’allora comandante dei vigili urbani Stefano Donati, calcolava il transito di circa 300 camion al giorno carichi di scaglie e sassi provienti dal monte. Un semplice conto avrebbe fatto pensare ad almeno due milioni di tonnellate l’anno. Cifra probabilmente ancora stimata al ribasso, perché già nel 2001, quando il fenomeno fu “pesato”, furono asportate 4,2 milioni di tonnellate di detriti. L’avvento, alla guida di palazzo municipale, di Emilia Fazzi Contigli dopo un lungo periodo di commissariamento, ebbe il merito di riportare il problema nell’agenda amministrativa, eliminando il regime forfettario e aumentando la tariffa a 1500 lire la tonnellata. Ancora di più fece, cinque anni dopo, il nuovo sindaco, Lucio Segnanini, che tentò una svolta “rivoluzionaria”. Un bòtto gigantesco che non solo portava da 1500 a 4500 lire la tonnellata la tariffa sui detriti, ma perché voleva fare giustizia di rendite parassitarie andate avanti per decenni. Basti dire che fino al 1994 tutti insieme i concessionari pagavano 17 milioni (di lire) l’anno e molti di loro subaffittavano la cava a centinaia di milioni l’anno.
Ci furono anche due giorni di serrata, proclamati dagli industriali, per protestare contro quella “svolta” nelle tariffe, che si accompagnava oltre tutto ad altri provvedimenti, che avrebbero dovuto tracciare definitivamente la politica nuova del marmo. Da una parte la rivendicazione della montagna (dunque del territorio delle cave) facendo passare la cave da beni estimati di proprietà privata a agri marmiferi di proprietà dello Stato, dall’altra la detassazione sul “lavorato”, un aiuto fiscale ai piccoli imprenditori che si impegnano nella trasformazione dei blocchi nei loro laboratori. C’erano, in quei provvedimenti, tutti gli elementi di cui si discute ancora oggi. La Regione ha infatti varato un piano per le cave che vuole favorire una proporzione più equa tra i blocchi di marmo e i sassi. D’ora in avanti infatti la produzione di blocchi non dovrà essere inferiore al 25% dell’escavato, mentre oggi non arriva al 18%. In sindacati sperano addirittura che questa soglia arrivi al 30% e anche Assoindustria non sembra scoraggiata. Dice Patrizia Bernieri, segretaria della Cgil: «A livello provinciale cercheremo di alzare la soglia al 30%». Risponde il direttore dell’associazioni industriali Roberto Balestri: «Il nuovo piano non ci fa paura, speriamo solo non sia un vincolo matematico ma che prevalga il buon senso». Come nel gioco dell’oca si torna dunque al punto di partenza, con l’amarezza di aver perso altri anni e di non essere riusciti a cogliere nessuno degli obiettivi che avrebbero potuto cambiare il volto della città. Si sono persi milioni di euro che potevano servire per mettere in sicurezza un territorio devastato, per eliminare il traffico pesante con una vera strada dei marmi, per frenare la speculazione dei detriti che oggi la magistratura e la guardia di finanza indicano come la maggiore responsabile dell’alluvione del 2003. E anche per ridare fiato a quelle attività a valle, la trasformazione dei blocchi, che rappresentano il valore aggiunto del marmo.
Giuliano Fontani
Cronache
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LA SCOMPARSA DI LUIGI SCANO
Il 18 marzo scorso è improvvisamente scomparso l'urbanista Luigi Scano.
Ci piace ricordare la sua estrema competenza e profondità nelle sue analisi di tutto ciò che governa il territorio. Sempre a tutela dei valori culturali e paesaggistici, è stato punto di riferimento costante della vera cultura urbanistica e costantemente a fianco delle nostre azioni fornendo utilissime chiavi di lettura. Vogliamo ricordarlo pubblicando il suo recentissimo contributo all'incontro di Fiesole dell'11 marzo scorso, nota estratta dal sito www.eddyburg
Cliccare sull'icona per visualizzare il file

Cronache
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25 MARZO A FIRENZE,
TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE
Associazioni e comitati toscani si ritrovano a Firenze per coordinarsi per la tutela del nostro territorio e del nostro paesaggio.
Seguiamo tutti l'invito di Alberto Asor Rosa!
Care amiche, cari amici,
i convegni di Monticchiello (28 ottobre 2006), di Italia Nostra (Firenze, 9 dicembre 2007) del Comitato per Fiesole (Fiesole, 11 marzo 2007) hanno inequivocabilmente dimostrato che esistono in Toscana (come altrove) innumerevoli situazioni di disagio ambientale con caratteristiche e tipologie anche molto diverse tra loro. A questa pluralità di situazioni ha corrisposto la nascita, e poi la crescita, di quasi altrettanti Comitati di lotta di base, spontanei e atipici rispetto a organizzazioni di tipo più tradizionale, ma che con queste hanno in comune l'obbiettivo della difesa dei beni culturali, artistici, paesaggistici e, più in generale, della vivibilità delle nostre città, dei nostri paesi, delle nostre terre. Nel corso del recentissimo Convegno di Fiesole è stata avanzata da più parti la proposta di costituire un Coordinamento (per ora regionale toscano) di tali Comitati, allo scopo di favorire lo scambio delle esperienze, di mettere in comune attività di ricerca e documentazione, di far assumere ai singoli Comitati una maggiore autorevolezza nei confronti delle Amministrazioni locali e centrali, di promuovere iniziative comuni. Mi è stato chiesto, in via assolutamente provvisoria (insisto in questa specificazione) di dare avvio a tale processo. A tale scopo procedo alla convocazione di un incontro (destinato ad avere caratteristiche necessariamente organizzative), che si svolgerà domenica 25 marzo, a Firenze, alle ore 10,00 presso la sede il Giardino dei ciliegi, via dell'Agnolo 5 (piazza Beccaria). Vi invito a partecipare, e a far partecipare qualsiasi forza sia disponibile a un'impresa di tale genere.
Alberto Asor Rosa
Cronache
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SUL CONVEGNO DI FIESOLE
Il link di una interessante corrispondenza di Richard Owen da Fiesole, pubblicata sul The Times del 10.03.07
Chiantishire rises in protest as ‘tide of cement’ pours over land...

Contributi Culturali
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FERROVIE IONICHE
Dal nobile passato al difficile presente. Dagli illustri viaggiatori dell’800 alla realtà di oggi… ItaliaNostra propone la posa di due targhe a loro ricordo.
Teresa Liguori, Consigliera nazionale ItaliaNostra

18 Agosto 1869. In un manifesto pubblico le Ferrovie Calabro-Sicule danno notizia che in tale data avverrà l’apertura del tronco ferroviario da S. Basilio di Pisticci, Basilicata, a Trebisacce, Calabria, prima parte della linea ferroviaria Taranto-Cariati. Dopo tre anni di lavori, sbancamenti, livellamenti, tra polemiche e pareri contrastanti, finalmente arriva il gran giorno anche per Corigliano Calabro, che, alla fine del 1869, sarà collegata alla stazione ferroviaria con un servizio di vettura per il trasporto dei passeggeri.
Con il proseguire dei lavori, il collegamento arriverà a Cariati nel 1870 ed a Crotone, dove la ferrovia sarà inaugurata ufficialmente il 31 Maggio 1874.
Per l’epoca fu sicuramente un evento storico, considerato che la fascia tirrenica della Calabria era ancora completamente priva di infrastrutture ferroviarie.
Alcuni anni dopo, lungo la stessa linea furono vissute delle giornate memorabili, grazie alla presenza di alcuni illustri viaggiatori che la percorsero: tra questi, Giuseppe Garibaldi.
Partito da Napoli il 24 Marzo 1882 salutato da una gran folla, arrivò a Metaponto la mattina dopo. Proseguì per Trebisacce, Cariati, Crotone, Catanzaro, Gioiosa Ionica, Gerace Marina (Locri), Melito Porto Salvo, Reggio Calabria.
Grande entusiasmo accolse il passaggio di Garibaldi in tutte le brevi soste che il treno fece nelle stazioni calabresi. All’epoca già vecchio e malato, volle fermarsi una notte a casa di alcuni suoi amici, la famiglia Fazzari, a Stalettì di Copanello. A ricordo della sua visita, la famiglia Fazzari depose una lapide in occasione del cinquantenario della morte di Achille, l’amico fraterno di Garibaldi. Tuttora è possibile vederla sulla facciata di Casa Fazzari (oggi di proprietà Marincola) a Stalettì di Copanello. Da Reggio C., dove giunse con un giorno di ritardo, il 26 Marzo 1882, Garibaldi proseguì per Villa S.Giovanni e poi in Sicilia, per arrivare a Palermo, ripartendo il 16 Aprile per l’amata Caprera, che raggiunse dopo 24 ore di navigazione. Nell’isola rimase fino alla morte, avvenuta il 2 Giugno 1882. Altri famosi viaggiatori percorsero la tratta Taranto-Reggio Calabria. Tra questi, lo scrittore inglese, appassionato cultore dell’antichità classica, George Gissing... Il 16 Novembre 1897 decise di prendere il battello della compagnia Florio a Napoli, dopo aver soggiornato per alcuni giorni nella città vesuviana.
La linea marittima Napoli-Messina prevedeva una sosta alla marina di Paola, da dove lo scrittore si spostò in carrozza per Cosenza. Da qui in treno per Sibari e Taranto. Dopo un breve soggiorno a Taranto, riprese il treno per la Calabria, percorrendo tutta la fascia ionica fino a Reggio Calabria. In particolare, il 25 Novembre 1897 Gissing arrivò finalmente alla stazione di Crotone. Nella città di Pitagora si dovette fermare più a lungo del previsto, dato il sopraggiungere della malaria che lo aveva colpito. Curato e guarito dall’illustre medico crotonese Riccardo Sculco, riprese il treno per Catanzaro e, nei giorni seguenti, raggiunse Reggio Calabria, dove concluse il suo itinerario culturale lungo l’antica Magna Grecia.
Il viaggio fu raccontato fedelmente dallo scrittore nel libro “Sulle Rive dello Ionio”, (pubblicato a Londra nel 1901), un appassionato e vivace resoconto, a volte anche ironico, della sua permananza in Calabria. Altri viaggiatori del Grand Tour percorsero la tratta ionica, tra questi Norman Douglas, che nel 1911 si recò da Soverato a Crotone in treno alla ricerca di testimonianze che potessero collegarlo al suo illustre conterraneo, George Gissing.
ItaliaNostra propone di apporre, sulla parete d’ingresso della Stazione ferroviaria di Crotone, due targhe a ricordo del passaggio di queste personalità: una dedicata a Giuseppe Garibaldi, l’eroe del due Mondi, l’altra a George Gissing, Norman Douglas ed ai viaggiatori del Grand Tour. Facendo un bel salto nel tempo, arriviamo ai nostri giorni...
Ebbene, il confronto tra quegli anni lontani e gli attuali risulta davvero sconfortante., e non solo in termini di efficienza delle infrastrutture. La linea ferroviaria ionica è rimasta a binario unico come nel 1869. È cambiato il combustibile, ma solo quello. Per il resto, lentezza del trasporto, carrozze inadeguate, scarsa sicurezza.
Basti pensare al tragico incidente ferroviario avvenuto a Crotone il 16 Novembre 1989, a causa del quale perirono 12 persone, cinque macchinisti e sette viaggiatori.
Cosa è cambiato da quel terribile disastro? Ben poco, per la verità.
A questo punto, il potenziamento e la messa in sicurezza della linea ferroviaria ionica non possono essere più rinviati. La mancata efficienza delle linee ferroviarie comporta un’altra conseguenza negativa: il trasporto su ferro continua ad essere sempre meno utilizzato per le merci, al contrario di altre regioni e nazioni europee.
Anche il settore turistico viene pesantemente penalizzato dalla carenza di infrastrutture sia ferroviarie che stradali e portuali. Con il potenziamento della linea Taranto-Reggio C., attualmente lenta e poco competitiva, si potrebbe sviluppare adeguatamente il traffico turistico interregionale tra Calabria Lucania e Puglia, regioni legate da un’antica e comune tradizione magnogreca, culla della civiltà mediterranea.
Mentre in altre regioni italiane si potenzia e si rende più efficiente il servizio di treni navetta o di metropolitana leggera, operativi anche nelle aree urbane, per la linea ferroviaria ionica, aldilà di alcune dichiarazioni di impegno, tutto tace. Nessuna iniziativa seria e concreta che dia delle risposte rassicuranti ai cittadini della riviera ionica per uscire da un isolamento che li penalizza fortemente sia dal punto di vista economico, culturale, sociale.
Ciò, nonostante che il Consiglio d’Europa abbia deciso di favorire l'uso del trasporto su rotaie e via mare (autostrade del mare) proprio per ridurre il traffico su gomma, ormai al limite del collasso, per diminuire il numero delle vittime della strada oltre che per far calare l’inquinamento atmosferico. A questo punto, sarebbe auspicabile che nell’immediato fosse predisposto almeno un servizio di collegamento regolare, lungo le direttrici Ionio-Tirreno, utilizzando dei treni navetta da realizzare lungo l’asse ionico da Reggio a Sibari.
Sarebbe il collegamento ideale e più economico e consentirebbe ai viaggiatori di recarsi nelle stazioni del Tirreno, a doppio binario e meglio servite, per prendere la coincidenza per il nord Italia senza dover utilizzare un proprio veicolo e con un tempo di percorrenza congruo. Quando saranno finalmente mantenute le promesse di tanti politici/amministratori/rappresentanti delle Istituzioni?
Cronache
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L'INCONTRO
Asor Rosa invita i comitati al Giardino dei Ciliegi
La Repubblica - Firenze, 17 marzo 2007
Giardino dei Ciliegi, domenica 25 marzo, ore 10: è qui, in piazza dei Ciompi 5 a Firenze, che Alberto Asor Rosa dà appuntamento a tutti i comitati di difesa dell´ambiente nati spontaneamente in questi mesi in Toscana dopo l´apertura del caso Monticchiello.
«Comitati che - sottolinea l´intellettuale - hanno in comune l´obbiettivo della difesa dei beni culturali, artistici, paesaggistici e, più in generale, della vivibilità delle nostre città, dei nostri paesi, delle nostre terre».
Tante realtà che si ritroveranno il 25 a Firenze per darsi un coordinamento e studiare una strategia comune.
Segnalazioni
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VENDITORI DI VERONESITÀ!
Giorgio Chelidonio, Verona

Copio e diffondo questo ennesimo articolo sulle trasformazioni mercantili e galoppanti (finanziate, credo, dalla Regione) perché possiate farne esercizio di analisi:
- la solita piaggeria dei notisti areniani (Un’importante azienda vinicola di San Pietro in Cariano, con clienti in tutto il mondo)
- il livello cultura dei soliti noti (ma anonimi) vignanioli (il paesaggio gli interessa solo in quanto stereotipo dell'interesse dei loro clienti).
- il solito defilarsi (proverbio: ci la slonga la scampa) delle autorità negraresi e veronesi, in modo che se ne parli a "fatto compiuto".
Aggiungo che nessuna delle parti in causa ha minimamente notato che del paesaggio del Maso e dintorni fanno parte numerosi siti preistorici segnalati (già 50 anni) e riportati nella "Carta Archeologica del Veneto". Ne cito alcuni, a memoria: "le svolte derl Maso", Roccolo del Gabbi, Monte Roccolo, Monte Tre Tempi, etc., tutti luoghi che, quando erano diligentemente arati, resituivano manufatti preistorici a decine se non a centinaia, come ho potuto constatare quando (1970-1975) mi ero preso la briga di ri-visitarli.
Ora con gli scempi paesaggistici spacciati per miglioramenti fondiari chissà che fine avrà fatto la stratigrafia diffusa.
Forse la stessa che esisteva fra "Le Carriole" e Montericco, sparita sotto la prima fase di "negrarizzazione" ambientale della collina. O la stessa che ha ruspato alla roccia e ricoperto di terra di pianura il versante sud di Monte Gardon (Tregnago). O la stessa che sta sfregiando questo ex-versante boschivo fra Trezzolano e Pian di Castagné (allego foto).
Cos'altro aggiungere ingordigia dei mercanti nostrani ed alla paralizzata ottusità degli amministratori competenti?
Magari ci faranno un convegno "postumo" con gli "aggressori alla cultura"...
Ecco l'articolo de L'Arena di Verona del 12 marzo 2007 cui si riferisce Chelidonio.
NEGRAR. Continua la polemica sui lavori in corso per impiantare i filari: alle lamentele per i danni e i disagi, l’azienda agricola replica: «Non è solo colpa nostra» - Maso, la contesa dei vigneti - I proprietari: «Sono autorizzati». I residenti: «Distrutto un antico sentiero»
Negrar. Sembra non avere fine la polemica che da mesi investe il Maso, la località a 430 metri di altitudine a metà tra il comune di Negrar e quello di Verona. Un’importante azienda vinicola di San Pietro in Cariano, con clienti in tutto il mondo, ha acquistato alcuni anni fa da un industriale milanese quattro ettari di terreno collinare per impiantarvi un moderno vigneto. Sull’area grava un vincolo di non edificabilità della cui esistenza i proprietari, per loro stessa ammissione, sono venuti a conoscenza solo da pochi mesi.
Da quattro anni i lavori al Maso sono contestati dai residenti per i disagi (rumori, buche, smottamenti) e si moltiplicano le lamentele anche degli abitanti delle frazioni del Maso Basso e del Maso Alto. Alle proteste replicano con durezza i proprietari del terreno: «Per cominciare, i vigneti non sono abusivi. Siamo in possesso di tutte le autorizzazioni; abbiamo acquistato regolarmente il diritto di reimpianto dei vigneti nella zona classica del Valpolicella; siamo stati autorizzati dalla Regione e, in base al regolamento Cee, anche i lavori sono stati tutti autorizzati dalla Forestale. Si è verificato solo qualche disguido nella misurazione al momento dello sbancamento» e, assicurano, «tutta la documentazione è consultabile. «La faccenda è stata montata in maniera assurda e si stanno mettendo in giro notizie false», continuano i proprietari dell’azienda vinicola, appoggiati dal loro consulente, l’agronomo Francesco Bertaia. «Non abbiamo abbattuto marogne, perché lì non ce n’erano in quanto la pendenza non le richiedeva; e neppure tagliato boschi, perché il terreno era incolto, c’erano solo cespugli spontanei, e ci sono le fotografie aeree che lo dimostrano. Per quanto riguarda le buche sulla strada vicinale, non è solo colpa nostra».
«Siamo in Valpolicella, è logico che si facciano vigneti», continuano.
«Potremmo capire un simile attacco se fosse nostra intenzione costruire villette. Il vincolo sull’area riguarda solo l’edificabilità, non i vigneti». I proprietari del Maso si sfogano: «Veniamo accusati di rovinare il paesaggio? Non è vero, perchè ci siamo impegnati a ripristinare l’ambiente, a valorizzare le colture tradizionali della zona, salvaguardando l’agricoltura, ed è nostro interesse mantenere l’immagine della Valpolicella, perché i nostri clienti stranieri tengono a queste cose. Da tempo abbiamo fatto richiesta per realizzare un piccolo bacino di accumulo delle acque, ma non abbiamo ancora ricevuto una risposta». Lo sbancamento per la realizzazione del contestato vigneto è ben visibile anche dalla vallata. E questo ha accentuato le critiche all’intervento. «La stradina stretta, ma asfaltata, una strada vicinale, che passa per il Maso e va verso Quinzano, è piena di crateri, determinati dal passaggio dei camion che trasportano le enormi ruspe per la movimentazione della terra», spiega un residente. «Il peso ha creato delle buche che sembrano voragini. Alcune sono state riempite dai proprietari con lo stabilizzato, il pietrisco delle cave, che le piogge probabilmente porteranno via. Le altre buche sono ancora lì e molte sono le persone che hanno rotto la coppa dell’olio o bucato gli pneumatici». Come se non bastasse, «una parte del sentiero storico del Carcador è stato chiuso», attacca Mario Spezia. Il sentiero è segnato sui mappali austriaci e su quelli di Verona, con cui confina il terreno. Il tratto chiuso è lungo circa 400 metri e impedisce il passaggio da un versante all’altro. Un danno non solo per i residenti, ma anche per chi va a passeggio nei boschi, va a cavallo o in bicicletta. «Una rete che non c’era mai stata delimita ora il sentiero chiuso al transito», continua Spezia. «Quando piove, e lo scorso autunno è successo almeno tre volte, si verificano smottamenti del terreno che finisce nel laghetto naturale sottostante, detto Fonte San, utilizzato all’acquedotto che serve la pianura. Lo smottamento ha obbligato i tecnici comunali a intervenire per pulire la fonte». «Abbiamo segnalato tutti i disagi ai comuni di Negrar e Verona, ma i lavori sono andati avanti normalmente, nonostante le denunce», incalza Spezia. «Il sindaco di Verona si è impegnato in prima persona a controllare la situazione. Anche il comune di Negrar aveva intimato di ripristinare la strada entro dicembre, ma i termini non sono stati rispettati. E, a completare l’opera, una parte del terreno è Sito di interesse comunitario e quindi tutelato dalla Comunità europea».
Giancarla Gallo
Cronache
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A PROPOSITO DI FIESOLE...!

Cronache
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ASOR ROSA RISPONDE A MARTINI
Ecco la replica di Alberto Asor Rosa al Presidente della Giunta Toscana Claudio Martini, apparsa su Il Tirreno del 16.03.07
Leggo sui giornali che il Presidente della Regione Toscana Claudio Martini avrebbe lamentato di non essere stato invitato nella giusta forma al recente Convegno indetto dal Comitato per Fiesole (Fiesole, 11 marzo) aggiungendo: “se avessi fatto la stessa cosa, si sarebbe detto che sono un cafone; io non posso dire altrettanto, ovviamente, dato lo spessore intellettuale dei personaggi in questione”.
Se il presidente Claudio Martini intendeva riferirsi a me, ci tengo a precisare che a quel convegno ero, come lui, un semplice invitato e non posso essere considerato perciò responsabile di eventuali, e anche comprensibili, disguidi dell’organizzazione, fondata esclusivamente sul volontariato.
All’inizio del mio intervento ho affermato (con grande chiarezza) che gli amministratori, locali e centrali, fin quando vige un sistema democratico rappresentativo (speriamo a lungo), possono essere talvolta nostri avversari, ma di sicuro sono sempre i nostri interlocutori privilegiati. A questo principio ho sempre ispirato e continuerò sempre a ispirare la mia condotta.
Poiché siamo in argomento voglio anche preannunciare (allo scopo di evitare un nuovo equivoco) che all’incontro di domenica 25 marzo a Firenze deciso nel corso del convegno di Fiesole e destinato a promuovere un coordinamento dei Comitati di base toscani che lottano per l’ambiente e il paesaggio, saranno invitate tutte le grandi organizzazioni ambientaliste, ma non le autorità trattandosi, come è ovvio, di una scadenza tutta interna e di natura esclusivamente organizzativa.
Cronache
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REPLICA A MARTINI
Ecco la replica di Ripa Di Meana e Nicola Caracciolo al Presidente della Regione Toscana dopo le critiche di questi agli organizzatori del convegno di Fiesole dell'11 marzo 2007. La replica è apparsa in prima pagina de Il Tirreno del 14 marzo 2007
Caro direttore,
abbiamo visto con meraviglia l’intervista sul Tirreno del presidente della Regione Toscana Claudio Martini sul comitato di Fiesole. In questa intervista Martini se la prende con Alberto Asor Rosa al quale esprimiamo tutta la nostra solidarietà. Asor Rosa ha avuto il grande merito di rivelare al paese l’incredibile scandalo edilizio di Monticchiello, dove, accanto a uno splendido borgo medioevale, si sta costruendo un’ indegna “villettopoli”.
A Fiesole sono in corso progetti edilizi che deturpano una località paesaggisticamente altrettanto o forse più importante di Monticchiello. La verità è che – come ha sostenuto poco tempo fa Italia Nostra nel suo convegno a Firenze – il paesaggio toscano è esposto a un attacco che nella storia recente non ha precedenti. Riteniamo che Martini invece di accusare Asor Rosa e gli ambientalisti che gli sono vicini “d’essere dei cafoni”, dovrebbe adoperarsi per difendere meglio di quanto sta facendo il territorio toscano. Di quanto sta avvenendo se n’è accorta anche la stampa straniera: l’Independent ha denunciato gli scempi in Valdorcia. Il Times si occupa di Fiesole. Speriamo che finalmente anche Martini si renda conto che la difesa dell’ambiente e del paesaggio in tutto il mondo caratterizza la sinistra democratica. E che questa verità si faccia strada anche in Toscana.
Cronache
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ASOR ROSA GUIDERÀ LA RETE DEI COMITATI
Obiettivo: "opporsi ai danni delle amministrazioni"
IL paladino di Monticchiello Alberto Asor Rosa guiderà la rete dei comitati toscani che si battono per la tutela del paesaggio, contro «i danni che le amministrazioni comunali stanno producendo». Un coordinamento che già domenica 25 marzo potrebbe vedere la luce in una Convention alla quale parteciperanno, come richiesto da Nicola Caracciolo di Italia Nostra, anche le associazioni ambientaliste. E´ quanto è stato deciso ieri al convegno del Centro studi Cisl organizzato dal Comitato per Fiesole, dove per un´intera giornata urbanisti e esponenti dei comitati si sono avvicendati a denunciare gli «scempi edilizi» modello Monticchiello.
Fiesole anzitutto, per il quale il presidente del comitato Cosimo Mazzoni, con l´aiuto dell´archeologo Riccardo Francovich, punta il dito contro il progetto dell´area Garibaldi, dove la Fondazione Menarini «realizzerà 28 mini-appartamenti» e così facendo, dice Mazzoni, consumerà «un abuso a norma di legge». Ma anche Firenze, dove i «tanti interventi smantellano il territorio», dice Mario Bencivenni. Bagno a Ripoli, che secondo i conti di Sergio Morozzi, autorizza 150 villette. San Casciano e l´insediamento della Laika, ricorda Claudio Greppi. La Piana e l´inceneritore, aggiunge Valeria Nardi. Poi ancora, San Salvi, Montebeni, San Quirico d´Orcia. E quando Asor Rosa lancia l´idea di una rete dei comitati, «a cominciare dalla Toscana», tutti si dicono d´accordo.
E´ l´annuncio di un nuovo livello conflittuale. «Più maturo», dice Asor Rosa. Ma anche più efficace: «Cosa va cambiato? Il fatto è che lo Stato ha abdicato alla responsabilità urbanistica passando tutto alle Regione. E la Regione Toscana ha abdicato nei confronti dei Comuni - dice il presidente toscano di Italia Nostra Caracciolo - si deve ricostituire un sistema d´autorità a cui poter fare ricorso in caso di problemi». Col presidente toscano Piero Baronti però Legambiente prende le distanze: smentisce pure di essere tra gli organizzatori del convegno («Non siamo stati neppure interpellati, ci hanno messo nell´elenco senza avvertirci»). Come annunciato, in platea nessun rappresentante delle istituzioni. Si fa vedere solo il presidente del Consiglio regionale Riccardo Nencini all´inizio, ma se ne va poco dopo.
Massimo Vanni - La Reppubblica, 12 marzo 2007
Cronache
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L'INTERVISTA AL PREMIO NOBEL
Rubbia: «L'eolico è inutile Puntiamo su sole e idrogeno» «Creare le condizioni per essere tra i primi. Siamo molto indietro»
MILANO. «L’Italia dovrà darsi un bella regolata per affrontare seriamente i problemi del clima e dell’energia, strettamente legati fra loro nelle scelte da attuare». Con la franchezza che gli è abituale il Nobel Carlo Rubbia non indulge sulla diagnosi di una situazione la cui gravità è, peraltro, sotto gli occhi di tutti. Ma con un filo di ottimismo offre valutazioni e suggerimenti che potrebbero aiutare a invertire la rotta.
Clima e energia: quanto si lavora su questi fronti?
«È ora di smetterla di organizzare convegni, bisogna rimboccarsi le maniche passando ai fatti. Discutere va bene, ma finora ci si ci è limitati soprattutto a questo impegno che non produce risultati. E la realtà è che continuiamo a comprare troppa energia per mandare avanti il Paese».
Un richiamo simile è stato lanciato anche dalla Commissione europea?
«Certo, perché il problema è generale. Ho appena partecipato a un meeting con il presidente Barroso e l’indicazione espressa è chiara: in Europa ci sono diversi modi di vedere la questione energetica e climatica, la Francia ad esempio è a favore del nucleare, la Germania no. Ma tutti dobbiamo muoverci verso un obiettivo comune lasciando ad ognuno la libertà di scegliere la via per raggiungerlo ».
La questione, però, va ben oltre il Vecchio Continente...
«Appunto per questo dobbiamo vedere che cosa fanno i Paesi ipertecnologicizzati come l’America e quelli in via di sviluppo come la Cina e l’India. Di certo l’Europa deve scegliere di essere tra i più avanzati, deve decidere di essere un capofila esportatore di tecnologie perché energia e clima sono anche due grandi affari economici che bisogna cogliere. È proprio su questi temi che l’Europa dimostrerà la sua capacità di soddisfare o meno i propositi stabiliti a Lisbona».
E la condizione italiana in questo contesto, come si presenta?
«Dobbiamo uscire dalla situazione di instabilità e di conservatorismo nella ricerca e nel mondo industriale che ancora permane. Inoltre non c’è ancora una direzione precisa in cui muoverci».
Qualcosa si è fatto, oppure no?
«Ben poco, quasi nulla. Adesso è necessario creare le condizioni per essere tra i primi nel gruppo d’avanguardia, altrimenti saremo succubi degli altri Paesi perché la concorrenza sarà aspra in quanto tutti vorranno essere padroni delle tecnologie da vendere capaci di produrre ricchezza e posti di lavoro».
Che direzione, secondo lei, è opportuno prendere?
«Parlando di energie rinnovabili molto chiacchierate ma poco coltivate, è inutile insistere con l’energia eolica perché di vento ce n’è poco nella Penisola al contrario dei Paesi del Nord o dell’Irlanda. Anche la biomassa rappresenta una nicchia limitata. Invece il sole è l’unica sorgente che abbiamo abbondante e ancora da sfruttare. Noi, con le altre nazioni del Sud Europa, Spagna e Grecia, dobbiamo lavorare su questo fronte anche costruendo impianti solari nel Nordafrica, nel Sahara ad esempio dove ci sono grandi spazi desertici, trasferendo via cavo l’energia prodotta verso la Sicilia. Gli spagnoli, sempre più attivi, hanno già il progetto di una centrale da due miliardi di watt da realizzare in Marocco».
E l’idrogeno non è una prospettiva?
«Anzi, è una necessità impellente. Se vogliamo affrontare seriamente il riscaldamento del clima bisogna sostituire il combustibile utilizzato dal miliardo di veicoli ogni giorno in transito sulle strade del pianeta generando anidride carbonica. L’idrogeno è l’unica via per sostituire il petrolio ma occorre ancora un buon lavoro di ricerca per utilizzarlo. E se non lo farà l’Italia, lo faranno gli altri. Io raccomanderei ai miei illustri colleghi di impegnarsi di più».
Se in Italia si è concluso poco, il problema sono le risorse o cervelli?
«Sono le risorse e il sistema, più che i cervelli. A parte i fondi inadeguati alla ricerca, le altre grandi difficoltà derivano dalle strutture bloccate come il Cnr e l’Enea. Il sistema è addormentato e conservativo, non esiste la necessaria organizzazione, non si stabiliscono le priorità e non si lascia spazio alla meritocrazia. Da noi uno Steve Jobs che inventa il personal computer in un garage della California, anche se lo inventasse non riuscirebbe mai a costruirlo e diffonderlo. Le tecnologie che renderanno utilizzabile l’idrogeno saranno rivoluzionarie negli effetti quanto il computer; oltre a risolvere il problema energetico e salvare l’ambiente».
Giovanni Caprara - 09 marzo 2007
Iniziative
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REALIZZIAMO IL PARCO DELLA FOCE
DEL FIUME NETO A CROTONE
per conciliare Ambiente Economia Benessere
Teresa Liguori, Consigliera nazionale ItaliaNostra
Il fiume è l’ambiente naturale dove più pesante si nota l’intervento dell’uomo: scarichi fognanti, cementificazioni, cave fluviali, disboscamenti, captazione di acque e dighe e, in alcuni casi, addirittura scarichi a cielo aperto, corsi d’acqua ridotti a canali di scarico.
Uno stato diffuso di degrado e di abbandono dei nostri fiumi, con conseguenze molto gravi anche per la vita degli abitanti. Si arriva al paradosso che alcuni Comuni non solo non intervengano a porre un freno a tali gravi scempi ambientali, ma addirittura siano favorevoli a realizzare degli insediamenti turistici persino in siti vincolati nei pressi di aree demaniali fluviali.
È questo il caso di un progetto per la costruzione di un megavillaggio turistico, Europaradiso, che ricade totalmente nell’ambito territoriale della Foce del Neto del Comune di Crotone, a pochi km a Nord della città.
Precisato che non si è pregiudizialmente contrari alla realizzazione di opere che creino posti di lavoro ed incrementino l’economia del luogo, si ritiene che tali opere vadano eseguite nel rispetto delle norme che tutelano il territorio in cui devono sorgere.
Succede che l’area della foce del Neto è stata individuata dalla Regione Calabria e proposta dall’Italia quale Sito di Interesse Comunitario, ai sensi della Direttiva Habitat (92/43/CEE) con la denominazione “Foce del Neto” per complessivi 656 ha. Essa è inoltre inclusa nell’IBA cod. 149 “Marchesato e Fiume Neto” (Area Importante per gli Uccelli) come zona ZPS (zona di protezione speciale) in base al DGR del giugno 2005
La foce del Neto, all’interno della quale insiste un’Oasi di protezione della selvaggina, (Decreto
Giunta reg. n.2022 del 15/ 09/1976) è un’importante zona umida i cui habitat sono indispensabili per la sosta e la riproduzione di specie di uccelli, anfibi e rettili.
Al fine di chiedere il blocco della realizzazione del villaggio turistico, di far conoscere l’importanza della Foce del Neto e l’urgenza di interventi mirati a salvarla dalle condizioni di degrado in cui attualmente versa (pur mantenendo una notevole diversità biologica), si è formato a Crotone un coordinamento di Associazioni, tra cui LIPU, ItaliaNostra, ENPA, WWF, ALTURA, CNP, AIIG che hanno raccolto le firme di una petizione popolare da inviare al Sindaco di Crotone, al Presidente della Regione Calabria ed al Ministro dell’Ambiente.
La Foce del Neto è entrata a far parte a tutti gli effetti della rete europea Natura 2000 mediante D.P.R. n.357 del 8/09/97. Tale decreto stabilisce che i SIC devono essere tutelati per la preservazione della biodiversità in essi presente. “Ciò è previsto dal Trattato dell’ Unione Europea, secondo i cui princìpi non è possibile che uno Stato proponga da una parte dei siti per l’inclusione in Natura 2000, riconoscendone così il valore naturalistico, e dall’altra conduca attività che danneggiano i valori per i quali i siti sono stati identificati” (G.U. n.65 del 22/04/2000).
Ispirandosi alla Direttiva Habitat, la Regione Calabria ha elaborato un Progetto di legge (n.13 del 19/09/2000) con la proposta di istituzione del Parco regionale della foce del fiume Neto, che, all’art.2, così recita:
“Il Parco è uno degli ambienti umidi della costa jonica calabrese, comprendente oltre alla foce del Neto, lembi forestali ripariali, piccole aree palustri ed un tratto di fascia costiera.”
Se tale progetto fosse approvato dal governo regionale, si potrebbe coniugare la tutela e conservazione dell’ambiente, non valutata con il metro mercantile, ma con una corretta gestione senza sprechi, con il benessere economico e sociale, grazie a flussi turistici rispettosi della conservazione dell’habitat, com’è avvenuto in tante altre aree protette del nostro Paese e come previsto dai fondi europei finalizzati ai progetti di valorizzazione e ripristino dei siti Rete Natura 2000. Il 5 marzo scorso la Giunta Regionale ha espresso un parere negativo all’ipotesi progettuale del megavillaggio turistico, in quanto “il progetto in esame è nettamente contrastante, incoerente con le linee di sviluppo del sistema turistico alberghiero” Ed inoltre… “Il diniego non si oppone alla necessità dello sviluppo economico, della creazione di nuovi posti di lavoro, ma rappresenta la tutela di un territorio e delle sue potenzialità come aree di pregio e di eccellenza, per la promozione di investimenti pubblici e privati alternativi, coerenti ed ecocompatibili”…Anche il ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio ha apprezzato la decisione presa dalla Giunta regionale calabrese che ha detto sì ad un modello di sviluppo ecosostenibile e ad un turismo di qualità. Da parte nostra, auspichiamo che venga finalmente realizzato il progetto del Parco della Foce del fiume Neto, nella consapevolezza che un popolo cresce se cultura ed economia riescono ad armonizzare senza confliggere.
Foto di Teresa Liguori