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martedì, 01 maggio 2007

Contributi Culturali
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REGOLE PER IL PAESAGGIO

Roberto Cecchi

Questo saggio di Roberto Cecchi, Direttore Generale per i Beni Architettonici e Paesaggistici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali , è stato pubblicato sulla rivista “Paesaggio Urbano” del 28/4/2007. Il testo offre molti spunti interessanti.
 
 
Il tema del Paesaggio oggi è una questione molto seria. Forse troppo, per guardarla con quella serenità che consente sviluppi positivi. Perciò, vorrei iniziare questa riflessione (1) partendo da una citazione di Walter Benjamin che, trattando scherzosamente del fatto che "La povertà ci scapita sempre", fa con grande leggerezza una sintesi estremamente efficace della qualità del paesaggio italiano "Che nessun palco di gala è tanto esoso quanto il biglietto d'ingresso nella libera natura divina, che questa stessa - della quale pure abbiamo appreso che si dona così facilmente a vagabondi e mendicanti, a straccioni e a girovaghi - riserva al ricco il suo volto più consolante, più quieto e più puro, allorché attraverso le grandi finestre situate in basso penetra nelle sue fresche, ombrose sale - ecco la verità inesorabile che la Villa italiana insegna a chi per la prima volta ne ha varcato le porte per gettare di lì uno sguardo sul lago e sulle montagne: uno sguardo di fronte al quale ciò che ha visto prima sbiadisce come una foto Kodak dinanzi a un'opera di Leonardo. Sì, per lui il paesaggio è appeso nella cornice della finestra, solo per lui la mano da maestro di Dio lo ha firmato". L'autore non aveva certo intenzione di articolare una riflessione complessiva sul tema del paesaggio. Il testo ha la forma dell'aforisma, dell'espressione sintetica di verità, ma riesce ad essere efficace nell'annotare questa particolarità del paesaggio italiano, in cui la naturalità dei luoghi e l'opera dell'uomo costituiscono un'unitarietà che ha i caratteri della Stimmung, della cifra del Paese più che altrove. È ancora così? Questo particolare carattere del territorio è ancora riconoscibile? Francamente, non c'è modo di dare una valutazione del genere che abbia un minimo di oggettività, se non lavorando per impressioni e comunque, ognuno può farsi l'idea che vuole.
Di certo, se sempre più insistentemente si parla di regole nuove, ciò significa che si considera la situazione attuale insoddisfacente e le regole inefficaci. Per cui, prima di parlare di prospettive bisogna partire da una lettura critica dello stato dell'arte, capirne i limiti, sgombrare il campo da tutte le valutazioni di comodo e di bandiera. Insomma, bisogna cercar d'intendere che cosa è e che cosa significa attualmente la tutela paesaggistica. Che cosa si debba intendere per "tutela" lo definisce il Codice dei beni culturali e del paesaggio (2) quando all'art. 3 precisa che "1. La tutela consiste nell'esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un'adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione. 2. L'esercizio delle funzioni di tutela si esplica anche attraverso provvedimenti volti a conformare e regolare diritti e comportamenti inerenti al patrimonio culturale". E poi all'art. 131 quando puntualizza che "2. La tutela e la valorizzazione del paesaggio salvaguardano i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili". Preso atto di queste proposizioni definitorie che la legge individua in maniera assolutamente convincente, bisogna cercar di delineare qual è la dimensione della tutela paesaggistica nel nostro paese e quanto questa tutela sia efficace rispetto a quanto sembra chiedere il dispositivo di legge.
Dimensione della tutela La tutela paesaggistica in Italia è un fenomeno di dimensioni considerevoli. È tutelato il 46,90% del territorio nazionale per una superficie complessiva di 141.348 chilometri quadrati. Non tutto il territorio nazionale è coperto nella medesima maniera. Si va da regioni in cui quasi tutta la superficie regionale è sottoposta a tutela come in Val d'Aosta (87,79%), Trentino (96,13%) e Liguria (92,16%). A regioni in cui oltre la metà del territorio è tutelata, come in Abruzzo (55,31%), Molise (61,28%), Piemonte (52,87%), Toscana (58,09%). Ad una situazione come quella pugliese in cui non è sottoposto a tutela neppure un quinto del territorio (18,88%). La differenza tra una regione ed un'altra dipende molto dall'orografia del territorio. Non a caso, regioni montuose e ricche di boschi come il Trentino, la Liguria e la Val d'Aosta sono quasi totalmente vincolate per effetto degli automatismi indotti dal cosiddetto decreto Galasso (3), che individua degli ambiti territoriali come le montagne oltre i milleseicento metri, i boschi, le rive dei fiumi e dei laghi, ecc. come zone degne di essere tutelate indipendentemente da un riconoscimento di valore esplicito (decretazione). Tuttavia, questo spiega solo in parte perché un territorio molto più pianeggiante come il Lazio sfiori quasi il cinquanta per cento di superficie tutelata (46,71%), contro una situazione come quella della Puglia. Il decreto Galasso non individua - ed è facilmente comprensibile il motivo - nelle distese d'olivi che caratterizzano quel territorio un valore paesaggistico automaticamente tutelato. Da qui emerge emblematicamente uno dei limiti di un sistema di tutela che lavora esclusivamente per vincoli e non per relazioni critiche tra elementi del contesto territoriale. Il decreto Galasso è stato uno strumento importante per restituire allo Stato compiti che gli erano stati sottratti troppo frettolosamente ("), interpretando un sentire comune che rivendicava la necessità di una tutela diffusa di un patrimonio irripetibile, tanto che il Paese non stenta a riconoscersi nell'espressione "Belpaese", nonostante i pesanti e reiterati tentativi più o meno riusciti di renderlo irriconoscibile. Non c'è dubbio che oggi bisogna andare oltre il Galasso, proprio perché il decreto stesso aveva il carattere dell'emergenzialità, visto che già nel titolo si preoccupava di sottolineare che si trattava di disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale. Ciò voleva dire implicitamente che, superata l'urgenza, dopo aver svolto la funzione di fanteria d'arresto di fronte alla dissoluzione del Belpaese, ci sarebbe stato un seguito. Un dispiegamento di forze organizzato in maniera diversa. Un sistema che vedeva già nella stesura dei piani paesistici il futuro della tutela. Mentre l'attuale quadro è sostanzialmente identico a quello di ventuno anni fa. Prima del decreto Galasso la superficie tutelata tramite specifici decreti di vincolo era il 17,42% del territorio nazionale con un 17,89% per il Nord, il 17,77% per il Centro e il 16,79% per il Sud e le isole. Di colpo, il 2 agosto 1985 si passò da una dimensione della tutela di 51.713 chilometri quadrati a una estensione quasi tripla. Come se all'improvviso, al Ministero della Sanità si fosse dato il compito di curare non solo la popolazione nazionale, ma anche quella francese. Per contro, la struttura dell'amministrazione rimane intatta; le sovrintendenze rimangono identiche quanto a numero e dimensioni. Le competenze professionali identiche a quelle del passato, senza che si senta il bisogno di acquisire specifiche professionalità in materia di tutela paesaggista. Va aggiunto anche che quest'onere gigantesco ricade solo su un terzo dell'amministrazione dei beni culturali; e cioè, sulle spalle delle sovrintendenze per i beni ambientali e architettonici (5) e di quelle miste, che in tutta Italia non sono neanche trenta uffici.
 
Esercizio ed efficacia della tutela
Il risultato di tutto questo è che oggi in una sovrintendenza particolarmente impegnata - tanto per fare un esempio - come quella del Piemonte, che ha competenza sull'intero territorio regionale e la esercita con pochissimi funzionari, ogni architetto si trova a dover esaminare circa duecento progetti al mese di bellezze naturali. Cui se ne aggiungono altrettanti di tutela monumentale. Oltre ai cantieri di restauro. È un esercizio della tutela palesemente oneroso tanto da essere al limite dell'inefficacia, potendo fare solo pochissimi sopralluoghi, vanificando così uno dei cardini di questo tipo di tutela rappresentato proprio dalla possibilità di vedere dal vivo l'oggetto protetto e le modifiche che se ne prospettano. Ma forse è ancora più importante sottolineare che le sovrintendenze esercitano il loro ruolo attraverso il sistema degli annullamenti dei provvedimenti emanati dai soggetti cui è demandata la tutela che dovrebbero essere le regioni, che a loro volta hanno subdelegato la materia alle province e più spesso ai comuni. L'annullamento avviene sulla base della verifica della legittimità e non del merito. Questo significa che le sovrintendenze devono verificare i progetti sotto il profilo della congruenza con gli strumenti urbanistici e di tutela paesaggistica. Non possono esercitare un ruolo tecnico di verifica di compatibilità paesaggistica; si devono limitare ad accertare che ci sia congruenza tra progetto e dispositivo di tutela. Conseguentemente, non possono neanche dare valutazioni con prescrizioni. Si tratta molto semplicemente di prendere o lasciare (6). L'unico modo quindi di misurare l'azione di tutela è attraverso il numero degli annullamenti. Secondo un principio per cui più si annulla più si tutela. Più si dice di "no" e più si protegge il territorio. Non c'è niente di più sbagliato sia sotto il profilo del metodo, della dimensione e dell'efficacia. Gli annullamenti sull'intero territorio nazionale nell'arco di un anno stanno in un intorno del 2,2-2,5% su una quantità d'interventi che si aggira intorno ai 160.000 progetti di trasformazione, che vanno dalle piccole operazioni di recinzione, alla lottizzazioni, alle autostrade e agli aeroporti. Molti di questi annullamenti vengono a loro volta annullati in sede di ricorso amministrativo, con punte che sono arrivate a toccare il cento per cento dei provvedimenti di negazione assunti. Con questi numeri, pur volendo ammettere che la quantità di annullamenti misuri l'efficacia della tutela, significa che il sistema attuale è praticamente privo di efficacia. Nonostante ciò, da oltre vent'anni le sovrintendenze esaminano questa massa di progetti con poco costrutto, risolvendosi l'efficacia della tutela in una sorta di moral suasion che col passare del tempo si è affievolita fin quasi scomparire, portandosi dietro una grande disaffezione dei funzionari dell'amministrazione dei beni culturali, costretti ad un impegno che ha il sapore del supplizio di Sisifo. L'efficacia della tutela non traspare dai numeri. Quantomeno, non traspare da questi numeri. L'efficacia della tutela - anzi l'inefficacia - è chiaramente percepibile nel recente caso di Monticchiello, una frazione del comune di Pienza, in provincia di Siena, dove ha fatto scandalo la costruzione di una piccola lottizzazione accanto al centro storico. Non entro nello specifico della vicenda. Ma propongo una riflessione sul fatto che la zona di cui si parla è gravata da ben tre sostanziali dispositivi di tutela. Non stiamo parlando di un intervento abusivo come tanti ce ne sono. Stiamo parlando di un intervento che ha passato il vaglio di molte istituzioni preposte al controllo del territorio e che si dovevano esprimere sapendo che quell'intervento ricadeva in un'area tutelata con un d.m. dell'aprile 1973 per effetto della I. 1497/1939; che si trova dal 1996 nel "Parco artistico e naturale della Val d'Orda"; e, infine, che quel territorio dal 2004 è entrato a far parte dei siti Unesco. Questo, più di tanti numeri, sta a significare che la tutela del paesaggio così com'è non funziona, come d'altronde ci suggerisce l'esperienza di tutti i giorni. Questo vuoi dire che in giro ci sono tanti, tantissimi Monticchiello, al cui cospetto il Monticchiello vero impallidisce. Invece di cercar di capire perché il sistema non funziona, si fa avanti la convinzione che si stia costruendo troppo. Che la strada da percorrere sia quella di fermare la cementificazione. Perché l'unica cosa che funziona è decretare l'inedificabilità, rincantucciandosi in un atteggiamento inutilmente consolatorio secondo il quale dove non si fa nulla va tutto bene. Può essere una soluzione. Ma non mi pare che il paese si riconosca in questo. È bene non illudersi di poter controllare le spinte alla trasformazione che troppe volte ormai hanno dimostrato di essere assolutamente più forti rispetto alle istanze di tutela. È un atteggiamento da vittime sacrificali, in attesa della ferale notizia della nascita di una nuova infrastruttura o di un insediamento, per poi gridare allo scandalo. Autorevoli studi dì settore indicano che oggi siamo all'interno di un poderoso ciclo edilizio, il sesto dal secondo dopoguerra, che come in passato sta facendo da traino allo sviluppo economico del paese, anche se il peso delle costruzioni sul PIL nel 1970 valeva il 15,6% e oggi vale solo il 9,5% C). Nonostante ciò, si tratta di una fase espansiva imponente che dura ininterrottamente dal 1995. Il valore di produzione nel 2001 è valso 290.000 miliardi di vecchie lire, suddiviso nei tre comparti classici dell'attività edilizia residenziale, dell'edilizia non residenziale pubblica e privata e del genio civile. Oltre il 60% della produzione nelle costruzioni proviene dall'attività di manutenzione e riqualificazione di ciò che esiste. Mentre negli anni '60-70 la produzione del nuovo rappresentava il 70-80% dell'intero mercato edilizio, nel 2001 questa quota si è ridotta a meno del 17% (dati 2001). Gli investimenti complessivi nel settore delle costruzioni nei prossimi anni (previsioni al 2008) nel nostro paese tendono a rimanere costanti (intorno ai 180 milioni di euro a prezzi 2004), in altri paesi europei, almeno in termini di tendenza, con una percentuale che rimane costante anche per ciò che concerne tutto il settore della manutenzione e del recupero (8). In queste valutazioni non s'intravede una particolare propensione del nostro paese rispetto ad altri ad un incremento dell'attività edilizia. Una tendenza che gli studi di settore tendono a consolidare anche per gli anni futuri (9). Dunque, è ingenuo far finta che queste previsioni non siano mai state formulate. Mentre, è molto probabile che tutto ciò rappresenti la prospettiva con la quale sarà necessario misurarsi. In passato non siamo stati capaci di farlo. Abbiamo assistito come basiti di fronte a quel che stava accadendo, senza che gli strumenti della tutela potessero alcunché. Non voglio usare le mie parole, voglio prendere a prestito quelle pronunciate da Mario Fazio, già presidente di Italia Nostra, che alcuni anni fa scriveva di quel che accadde con la fase di espansione maturata nel secondo dopoguerra, per dare il senso della incapacità di far tutela paesaggistica: "Dal 1950 l'Italia è stata un gigantesco cantiere: nuovi quartieri, seconde case, stabilimenti industriali, strade e autostrade. Dal '51 al '91 furono costruiti 13.392.000 alloggi con 66.810.000 di stanze in buona parte vuote [...]. Alla trasformazione del paesaggio ha dato un pesantissimo contributo la costruzione di strade e autostrade. La rete nazionale è passata dai 170.563 km del 1951 ai 306.910 del '91 comprendendo 6.289 Km di autostrade (erano 479 nel 1951)."
Individuava le cause del disastro nella mancanza di pianificazione, nella prevalenza della filosofia dello sviluppo, nella debolezza o inefficienza dei sistemi di tutela, aggravata dalla insensibilità o impreparazione degli architetti nei confronti del contesto storico o naturale. E aggiungeva: "Non dimentichiamo che la tutela era prevalentemente affidata alle sovrintendenze e alla legge del 1939, negli anni '50 e '60 anche dopo. Moltissimi Comuni non avevano i piani regolatori: tutt'al più piani di fabbricazione e regolamenti edilizi. Per molti anni, fino alla legge ponte, non si parlava neppure di standard e le dotazioni di verde erano ignorate. Le sovrintendenze, sommerse di valanghe di progetti, suggerivano riduzioni di altezze e modifiche formali, ma non riuscivano ad opporsi alla devastazione se non in casi eccezionali, vedi Portofino. Il massacro di Sanremo, di Rapallo, di gran parte delle riviere liguri, fu impressionante". Cui aggiungerei il petrolchimico di porto Marghera a Venezia, a Genova la demolizione della collina di San Benigno, a Napoli l'impianto siderurgico di Bagnoli. Anche se per fortuna - perché di fortuna solamente si tratta - non s'intravedono più, neanche lontanamente, le devastazioni di cui Fazio dovette assistere. Per converso, oggi rispetto ad ieri dalla nostra ci sono almeno tre fattori:
1. una sensibilità maggiore dell'opinione pubblica verso i temi della tutela;
2.una mitigazione dei bisogni primari come quelli che si registrarono subito dopo una guerra;
3. la tenuta del sistema della tutela dei beni architettonici e di quelli archeologici che ha inciso profondamente a favore anche della tutela paesaggistica.
Dunque, è ingeneroso oggi dire, come ho sentito dire, che c'è un abbassamento del livello d'attenzione dell'amministrazione dei beni culturali per la salvaguardia del paesaggio rispetto ai bei tempi andati, perché sul piano della tutela paesistica l'efficacia dell'amministrazione è sempre stata modesta. Mentre per la salvaguardia dei monumenti possiamo dire di essere arrivati quasi ad un equilibrio tra istanze d'uso, valorizzazione ed esercizio della tutela (con delle diversificazioni anche piuttosto importanti tra nord e sud come ha ben dimostrato anche il recente convegno dell'Associazione delle dimore storiche), sulla difesa del paesaggio rimane molto da fare.
Spostandoci sul piano della natura delle trasformazioni - quelle 160.000 modificazioni all'anno del territorio nazionale in area tutelata - si tratta di ambiti estremamente eterogenei che vanno dalle recinzioni, al rifacimento di una copertura, alla piccola lottizzazione, alle centrali, alle grandi opere infrastrutturali.
È vero che la sommatoria delle piccole trasformazioni alla lunga produce le modifiche del territorio più ampie e consistenti. Ma le grandi infrastrutture hanno la capacità di modificare il territorio in tempi estremamente rapidi e irreversibili. Emblematicamente, ma senza voler formulare un giudizio, penso al sistema ferroviario che lambisce la costa italiana da Reggio Calabria a Genova. Realizzato a ridosso del mare a poche decine di metri dalla battigia, ha determinato un assetto del territorio che condiziona profondamente una delle parti più belle del paese. Lo si è fatto all'inizio dell'800 e in modo praticamente irreversibile. Certamente, nonin maniera consapevole sul piano della tutela paesaggistica.
Quel che si sta realizzando oggi in moltissimi casi prefigura scenari simili. Per comprendere quello che sta accadendo, abbiamo esaminato insieme al Politecnico di Milano(10) i progetti sottoposti a VIA (Valutazione d'impatto ambientale) in legge di duecentocinquanta progetti pervenuti tra il 2002 e il 2005 (11).
È stato analizzato un campione significativo degli elaborati progettuali suddivisi nelle principali categorie d'intervento:
a. strade; b. ferrovie e tramvie; c. porti; d. aeroporti; e. centrali elettrodotti, metanodotti e simili.
Che cosa caratterizza questi progetti? Il fatto che hanno tratti comuni per nulla consolanti come il fatto che:
1. l'individuazione della scelta progettuale e la sua localizzazione non è che una valutazione di carattere economico, strutturale o funzionale;
2. la valutazione d'impatto ambientale è considerata una mera verifica della validità della scelta progettuale proposta e non uno strumento attraverso cui arrivare a definire la miglior scelta in ordine alla sua incidenza ambientale e paesaggistica;
3. i progetti sono sostanzialmente privi degli elaborati necessari a comprendere il paesaggio entro cui andranno ad inserirsi e a valutare l'effettiva incidenza paesistica.
La struttura dei progetti riflette quell'impianto ormai codificato per le VIA che è articolato in: 1. quadro di riferimento programmatico; 2. quadro di riferimento progettuale; 3. quadro di riferimento ambientale; 4. sintesi non tecnica. Inoltre il 90% dei casi esaminati la sezione inerente la valutazione paesaggistica è ridotta quasi al niente (da 2 a 12 pagine) rispetto alle centinaia di pagine dedicate alla parte ambientale.
In sostanza la valutazione paesaggistica è un'appendice irrilevante.
Nella maggior parte dei casi si tratta di:
1. una sintetica e superficiale individuazione del sistema paesaggistico ripreso pedissequamente dai documenti di pianificazione regionale o provinciale;
2. una semplice trascrizione della normativa di riferimento;
3. una localizzazione del tutto occasionale di emergenze storiche e o naturali;
4. un'individuazione di banali forme di mitigazione vegetazionale.
In sostanza, le questioni paesaggistiche sembrano essere trattate esclusivamente in quanto previste dalla metodologia di svolgimento della pratica VIA, ma senza una reale consapevolezza della sua utilità.
L'ipotesi progettuale mira ad avvallare se stessa, piuttosto che a svolgere una reale analisi dell'impatto ambientale e paesistico. Mettendo in evidenza una cultura del progetto non avvezza a ragionare in termini di paesaggio, né più semplicemente di rapporto con il contesto.
E dunque, una generale mancanza di preparazione dei progettisti. Più in generale, in tutti questi progetti appare del tutto evidente che l'azione di tutela parte col piede sbagliato dal momento che è costretta ad usare materiali predisposti per una valutazione d'impatto ambientale, attraverso cui si dovrebbe arrivare ad una valutazione d'impatto paesistico.
Da tutto ciò discendono anche i tempi lunghi per le autorizzazioni perché è sempre necessario ricorrere a delle richieste di integrazione, che inserendosi all'interno di un procedimento amministrativo complesso, determinano l'innesco di quegli appesantimenti burocratici che gli stessi proponenti lamentano e che giustamente vorrebbero evitare.
 
Regole per la tutela
Quanto detto fin qui rende legittima una considerazione di carattere generale e cioè che al cambiamento delle regole sono interessati tanto i sostenitori della tutela paesaggistica (le attuali regole,abbiamo visto, non sono efficaci e assomigliano per lo più a dei palliativi), quanto gli attori del sistema produttivo e di quello finanziario, interessati a poter contare su tempi certi e ad un impiego coerente delle risorse (12). Le nuove regole non dovrebbero essere uno stravolgimento di quelle che già ci sono; si tratta semplicemente di addensare di contenuti la vaghezza attuale, attraverso l'implementazione sistematica della conoscenza.
In particolare:
1. Sul piano metodologico bisogna definire prima quello che il territorio può sopportare; dovremmo esigere un "piano delle certezze" per il paesaggio, una mappa delle invarianti, di quelle aree, cioè, che nessuna autostrada potrà attraversare, che nessuna centrale o rigassificatore potrà violare. Così come è essenziale conoscere il quadro delle infrastrutture e del sistema degli impianti per la produzione d'energia.
2. sul piano normativo bisogna superare la fase transitoria del codice; è bene che si sappia che lavoriamo ancora come se fossimo nel 1985, al momento dell'uscita del decreto Galasso. Gli articoli del codice che riguardano il paesaggio non entrano in funzione fin tanto che non siano stati redatti i piani paesistici. Fino ad allora operano le disposizioni transitorie dell'ari. 159. Dunque, va data efficacia immediata alla stesura dei piani paesistici, definendo tempi certi per la loro redazione (l'art. 135 non pone scadenze temporali) C3). Non può essere un tema demandato alla buona volontà, ma un impegno di tutto il paese, da cui tutti traggono vantaggio. Prima di tutto il Belpaese che decide prima e in maniera consapevole il sistema delle modificazioni territoriali possibili. Eppoi vanno considerati i vantaggi derivanti dalla pianificazione congiunta: se il piano paesistico emerge da una riflessione tra regioni, beni culturali e ambiente aumenterà sicuramente la qualità della progettazione e si taglieranno drasticamente i tempi per il rilascio delle autorizzazioni.
3. ancora, sul piano normativo, nelle more della redazione dei piani paesistici, bisogna consentire che le sovrintendenze si possano esprimere in termini di merito e non solo di legittimità.
4. sul piano progettuale bisogna arrivare ad un patto per la qualità della progettazione.
Il patto è rivolto non più al legislatore ma ai professori, alle accademie, ai professionisti e progettisti del settore. Quello che si vede nelle immagini non è degno di un paese che in passato ha fatto della qualità della progettazione il suo simbolo. Il Ministero sta cercando di fare la sua parte mettendo in linea una prima parte del sistema - in via di completamento - che analizza e localizza le situazioni di rischio sul territorio, sia per quanto riguarda il patrimonio culturale che quello paesaggistico. Si è iniziato a pubblicare delle linee guida per la redazione dei progetti in area vincolata. E sono già disponibili, anche sul sito internet della direzione generale, le linee guida per la stesura della relazione paesaggistica e quelle per la progettazione degli impianti eolici.
5. sul piano delle risorse, si annunciano ancora tagli per l'amministrazione dei beni culturali. È bene farli dove devono essere fatti senza generalizzare. La tutela non si fa per corrispondenza, ma stando sul territorio. Le sovrintendenze sono povere di personale soprattutto in Italia settentrionale. Il settore Paesaggio della direzione generale conta appena sedici persone per tutto il territorio nazionale. Nel frattempo, bisogna fare i conti con una sensibilità molto diversa rispetto a quella di solo pochi anni fa. Dobbiamo confrontarci con un senso di naturalità quasi ruskiniano che non sopporta più neanche un'attività di conservazione che dia troppo la misura di ciò che la connota. E così, mentre qualche tempo fa era apprezzato vedere gli esiti del restauro come una sorta di restituzione del monumento alla vita, oggi un'intenzione del genere viene percepita quasi come un'ingiuria, come un vulnus. È una sensibilità che investe anche i valori della tutela paesaggistica. Per cui, la visione aristotelica secondo cui "Anche di quel che avviene per caso appare più meraviglioso ciò che sembra prodursi secondo un disegno", deve misurarsi con una progettualità in cui è proprio la casualità a dare la dimensione della meraviglia.
 
Note
1. Il presente articolo trae ampiamente spunto dalla relazione presentata in occasione del convegno del FAI (Fondo Ambiente Italiano), La riscossa del patrimonio. Beni culturali, paesaggio e rilancio economico. Roma, "Auditorium della Tecnica", 10 novembre 2006.
2. D.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 "Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'art.10 della L 6 luglio 2002, n. 137", così come modificato dal D.lgs. 24 marzo 2006, n. 156 "Disposizioni correttive ed integrative al D.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 in relazione ai beni culturali"e dal D.lgs. 24 marzo 2006, n. 157 "Disposizioni correttive ed integrative al d.lgs. 22 gennaio 2004, n.42 in relazione al paesaggio".
3. Si tratta del decreto legge 27.6.1985, n. 312 “convertito” nella legge 8.8.1985, n. 431 che prende questo nome dal sottosegretario che ne fu l'estensore. Nelle sovrintendenze lo si continua ad indicare così e lo si farà anche qui nel proseguo dell'articolo.
4. Faccio riferimento al D.P.R. 24.7.1977, n. 616, emanato in attuazione della delega di cui all'art. 1 della L. 22.7.1975, n. 382, con cui vengono trasferite dallo Stato alle regioni le funzioni in materia urbanistica, che l'art. 117 della Costituzione riservava alla loro competenza.
5. Oggi "Soprintendenze per i beni architettonici e paesaggistici", nominalmente diverse, ma identiche alle precedenti in termini di funzioni.
6. Il Codice nemmeno nelle nuove integrazioni del 2006 scioglie in via definitiva la possibilità per le sovrintendenze di esprimersi nel merito dei progetti, salvo che non si adottino i piani paesistici.
7. Cfr. Lorenzo Bellicini, Le costruzioni al 2010, CRESME 1999.
8. Cfr. Euroconstruct, Summary report, 60° conferenza, Barcellona 2005.
9. Per una valutazione più mirata al patrimonio culturale cfr. P. Gasparoli e Cinzia Talamo, Manutenzione e recupero. Criteri, metodi e strategie per l'intervento sul costruito, Firenze 2006, pp. 19-74.
10. Il lavoro è frutto di una collaborazione tra il servizio II - Paesaggio della Direzione Generale per i beni architettonici e paesaggistici diretto dall'archi. Anna Di Bene e la prof. Lionella Scazzosi del Politecnico di Milano con il supporto degli arch. Cinzia Robbiati e Marta Tolli.
11. I proponenti sono ANAS, FSI, ITALFERR, comuni province, regioni e soggetti privati coinvolti nella realizzazione di centrali e impianti.
12. Cfr. AA.VV., Crescita del Paese, Sviluppo locale, Competitività. Per un rapporto fra Stato e Autonomie locali efficiente e sostenibile, Atti del convegno promosso da Banca Intesa, Roma, 19 ottobre 2006, Complesso monumentale del San Michele a Ripa.
13. Sappiamo bene che i piani paesistici non si potranno fare dall'oggi al domani. Ma va detto che la situazione di pianificazione paesistica non è all'anno zero, in molte regioni ci sono piani paesistici che disciplinano parte del territorio di competenza.
               
 
 
 
postato da: gruppo17 alle ore 18:32 | link | commenti (1)
categorie: 07 contributi culturali
mercoledì, 28 marzo 2007

Contributi Culturali
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ARCHITETTURE DI APPARENZE

Estraiamo da Repubblica del 26.03.07 un interessante articolo di Stefano Fiera titolato “Il ‘Modernetto’ nuova minaccia urbana”, sull’architettura contemporanea come pura immagine.

II quadro che viene fuori non è certo dei più esaltanti: rappresenta una visione edulcorata e plastificata, ma soprattutto de-ideologizzata, del "Moderno". L'ambiente cittadino è completamente stravolto, c'è il rifiuto per strade e piazze, si vuole stupire con i più diversi materiali tecnologici.
Milano - Più che le mostre d'urbanistica e d'architettura — che per definizione sono esercizi teorico/propagandistici volti a presentare la realtà come i curatori vorrebbero che fosse, piuttosto che come davvero è — per capire quale direzione stiano prendendo le nostre città è soprattutto utile osservare le fiere internazionali per operatori immobiliari. Ce ne sono diverse, ma fra tutte forse la più spettacolare è il Mipim di Cannes, da poco conclusosi. Per qualche giorno, in un clima da fiesta mobile, lo yuppismo internazional-immobiliare si ritrova sulla Croisette per sfidarsi a una formidabile partita di Monopoli globale. Partecipare all'evento è, per un architetto, un'esperienza nel contempo esaltante e frustrante, al massimo livello.
È un po' come per un topo visitare una fiera del formaggio, però organizzata dai gatti. Il formaggio è, nella fattispecie, l'incredibile quantità e varietà di occasioni di architettura che vi s'incontrano. Per quanto possa sembrare ovvio, colpisce che gli stand più ricchi siano_ quelli degli ex paesi socialisti. Colpisce sia per il contrasto col loro recente passato, sia perché eravamo abituati a vederli rappresentati nelle nostre fiere da stand rabberciati, a base di matrjoske, foto di fabbriche modello e di mietitori felici. Qui invece appaiono sfavillanti e non solo per le sofisticate strutture espositive, ma per l'offerta di ma-stodontiche operazioni immobiliari: intere città, villaggi turistici, alberghi di lusso in riva a mari e laghi, centri direzionali e commerciali. Gli stand dei paesi occidentali, per quanto eleganti, risultano invece miserelli perché hanno ben poco da offrire: qualche ex terreno industriale su cui costruire un po' di uffici, un outlet, un supermercato.
E così per attrarre i visitatori vi si offrono degustazioni di vini e formaggi, quelli veri però. Di fronte a tutto questo ben d'iddio, di fronte a queste montagne di formaggio, metaforico o reale che sia, l'architetto è disorientato. Ma dopo i primi attimi di smarrimento, capisce che tutte quelle mirabolanti opportunità progettuali, difficilmente, o comunque in minima parte, potranno tradursi in vera architettura. Del resto, tutte le varie offerte d'investimento immobiliare, sia che nascano dalle ceneri del socialismo reale dell'est, sia dalle macerie del welfare socialdemocratico dell'ovest, hanno un ben preciso comune denominatore, che è una stessa immagine preconfezionata.
Un'immagine che sa di omogeneizzato, più che di buon formaggio, e che rimanda a una sorta di "Neo International Style", o meglio di "Global Style", per dirla cogli Inglesi più trendy che qui, come in tutti gli ambienti globalisti, la fanno da padroni. In realtà, questa dominante immagine architettonica che sembra mettere d'accordo la mafia russa cogli sceicchi petroliferi, i "baba-cool" parigini cogli "highbrows" londinesi, non è altro che banalissimo "Modernetto", ossia una versione edulcorata, evirata, plastificata, ma soprattutto de-ideologicizzata del Moderno. Si capisce allora che il Modernetto sta al Moderno come il Barocchetto sta al Barocco. Così come il Barocchetto stempera in rocaille, ossia in conchiglie e fogliami, le raffinate complessità geometriche del Barocco borromi-niano e guariniano, così il Modernetto trasforma in esibizionismo tecno-manierista il rigore miesiano e il purismo lecorbusieriano. Ma à differenza del Barocchetto, il Modernetto non si limita a questioni di facciata, bensì porta a un reale stravolgimento della forma urbana, soprattutto quando interviene in ambiti consolidati come quelli delle città italiane. Quali sono allora i principi compositivi del Modernetto? Primo fra tutti è il rifiuto programmatico dello spazio urbano prospettico, ossia della strada e della piazza, cioè degli elementi fondativi della città europea. Tale principio è senza dubbio il più devastante per il fatto che il Modernetto, quando interviene in un contesto urbano tradizionale, invece che ricucire il tessuto esistente produce ulteriori lacerazioni, generando isole autoreferenziali, antitetiche al contesto. Il secondo principio consiste nel equiparare l'architettura alla scultura, quasi a voler suggerire il fatto che l'edificio, al pari dell'oggetto scultoreo, non sia destinato a essere vissuto al suo interno, ma a essere principalmente osservato dall'esterno.
E infatti tutte le opere del Modernetto aspirano a diventare landmark, elementi iconici del paesaggio urbano, oggetti fuori-scala tesi a dimostrare la propria artisticità per il fatto d'essere inconcepibili come edifici. Il terzo principio, che è in parte anche corollario del precedente, è l'uso decorativo della tecnologia. Bandita ogni remora razionalista e funzionalista, il Modernetto attinge a tutti i cataloghi di materiali e di tecnologie costruttive disponibili, non allo scopo di trovare la soluzione più congrua, ma per stupire chi quei materiali e quelle tecnologie non conosce. Infine, principale portato del Modernetto è lo stilismo, inteso come esaltazione della griffe, della firma, in grado di garantire la riconoscibilità dell'autore al momento più in voga. Ma questo è forse anche il suo tallone d'Achille, soprattutto in Italia. Qui, infatti, ci si rivolge all'architetto-stilista essenzialmente per riceverne pubblicità e per far approvare i progetti, almeno a livello urbanistico. Ottenuto ciò, il progetto è manipolato, smembrato, ceduto ad altri. A quel punto, non è più questione né di Moderno, né di Modernetto, perché a soccombere è l'architettura tout court. E allora a leccarsi i baffi sono i gatti, che di topo e formaggio hanno fatto un sol boccone.

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sabato, 17 marzo 2007

Contributi Culturali
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FERROVIE IONICHE

Dal nobile passato al difficile presente. Dagli illustri viaggiatori dell’800 alla realtà di oggi… ItaliaNostra propone la posa di due targhe a loro ricordo.

Teresa Liguori, Consigliera nazionale ItaliaNostra

FerrovieCartinaStorica





























18 Agosto 1869. In un manifesto pubblico le Ferrovie Calabro-Sicule danno notizia che in tale data avverrà l’apertura del tronco ferroviario da S. Basilio di Pisticci, Basilicata, a Trebisacce, Calabria, prima parte della linea ferroviaria Taranto-Cariati. Dopo tre anni di lavori, sbancamenti, livellamenti, tra polemiche e pareri contrastanti, finalmente arriva il gran giorno anche per Corigliano Calabro, che, alla fine del 1869, sarà collegata alla stazione ferroviaria con un servizio di vettura per il trasporto dei passeggeri.
Con il proseguire dei lavori, il collegamento arriverà a Cariati nel 1870 ed a Crotone, dove la ferrovia sarà inaugurata ufficialmente il 31 Maggio 1874.
Per l’epoca fu sicuramente un evento storico, considerato che la fascia tirrenica della Calabria era ancora completamente priva di infrastrutture ferroviarie.
Alcuni anni dopo, lungo la stessa linea furono vissute delle giornate memorabili, grazie alla presenza di alcuni illustri viaggiatori che la percorsero: tra questi, Giuseppe Garibaldi.
Partito da Napoli il 24 Marzo 1882 salutato da una gran folla, arrivò a Metaponto la mattina dopo. Proseguì per Trebisacce, Cariati, Crotone, Catanzaro, Gioiosa Ionica, Gerace Marina (Locri), Melito Porto Salvo, Reggio Calabria.
Grande entusiasmo accolse il passaggio di Garibaldi in tutte le brevi soste che il treno fece nelle stazioni calabresi. All’epoca già vecchio e malato, volle fermarsi una notte a casa di alcuni suoi amici, la famiglia Fazzari, a Stalettì di Copanello. A ricordo della sua visita, la famiglia Fazzari depose una lapide in occasione del cinquantenario della morte di Achille, l’amico fraterno di Garibaldi. Tuttora è possibile vederla sulla facciata di Casa Fazzari (oggi di proprietà Marincola) a Stalettì di Copanello. Da Reggio C., dove giunse con un giorno di ritardo, il 26 Marzo 1882, Garibaldi proseguì per Villa S.Giovanni e poi in Sicilia, per arrivare a Palermo, ripartendo il 16 Aprile per l’amata Caprera, che raggiunse dopo 24 ore di navigazione. Nell’isola rimase fino alla morte, avvenuta il 2 Giugno 1882. Altri famosi viaggiatori percorsero la tratta Taranto-Reggio Calabria. Tra questi, lo scrittore inglese, appassionato cultore dell’antichità classica, George Gissing... Il 16 Novembre 1897 decise di prendere il battello della compagnia Florio a Napoli, dopo aver soggiornato per alcuni giorni nella città vesuviana.
La linea marittima Napoli-Messina prevedeva una sosta alla marina di Paola, da dove lo scrittore si spostò in carrozza per Cosenza. Da qui in treno per Sibari e Taranto. Dopo un breve soggiorno a Taranto, riprese il treno per la Calabria, percorrendo tutta la fascia ionica fino a Reggio Calabria. In particolare, il 25 Novembre 1897 Gissing arrivò finalmente alla stazione di Crotone. Nella città di Pitagora si dovette fermare più a lungo del previsto, dato il sopraggiungere della malaria che lo aveva colpito. Curato e guarito dall’illustre medico crotonese Riccardo Sculco, riprese il treno per Catanzaro e, nei giorni seguenti, raggiunse Reggio Calabria, dove concluse il suo itinerario culturale lungo l’antica Magna Grecia.
Il viaggio fu raccontato fedelmente dallo scrittore nel libro “Sulle Rive dello Ionio”, (pubblicato a Londra nel 1901), un appassionato e vivace resoconto, a volte anche ironico, della sua permananza in Calabria. Altri viaggiatori del Grand Tour percorsero la tratta ionica, tra questi Norman Douglas, che nel 1911 si recò da Soverato a Crotone in treno alla ricerca di testimonianze che potessero collegarlo al suo illustre conterraneo, George Gissing.
ItaliaNostra propone di apporre, sulla parete d’ingresso della Stazione ferroviaria di Crotone, due targhe a ricordo del passaggio di queste personalità: una dedicata a Giuseppe Garibaldi, l’eroe del due Mondi, l’altra a George Gissing, Norman Douglas ed ai viaggiatori del Grand Tour. Facendo un bel salto nel tempo, arriviamo ai nostri giorni...
Ebbene, il confronto tra quegli anni lontani e gli attuali risulta davvero sconfortante., e non solo in termini di efficienza delle infrastrutture. La linea ferroviaria ionica è rimasta a binario unico come nel 1869. È cambiato il combustibile, ma solo quello. Per il resto, lentezza del trasporto, carrozze inadeguate, scarsa sicurezza.
Basti pensare al tragico incidente ferroviario avvenuto a Crotone il 16 Novembre 1989, a causa del quale perirono 12 persone, cinque macchinisti e sette viaggiatori.
Cosa è cambiato da quel terribile disastro? Ben poco, per la verità.
A questo punto, il potenziamento e la messa in sicurezza della linea ferroviaria ionica non possono essere più rinviati. La mancata efficienza delle linee ferroviarie comporta un’altra conseguenza negativa: il trasporto su ferro continua ad essere sempre meno utilizzato per le merci, al contrario di altre regioni e nazioni europee.
Anche il settore turistico viene pesantemente penalizzato dalla carenza di infrastrutture sia ferroviarie che stradali e portuali. Con il potenziamento della linea Taranto-Reggio C., attualmente lenta e poco competitiva, si potrebbe sviluppare adeguatamente il traffico turistico interregionale tra Calabria Lucania e Puglia, regioni legate da un’antica e comune tradizione magnogreca, culla della civiltà mediterranea.
Mentre in altre regioni italiane si potenzia e si rende più efficiente il servizio di treni navetta o di metropolitana leggera, operativi anche nelle aree urbane, per la linea ferroviaria ionica, aldilà di alcune dichiarazioni di impegno, tutto tace. Nessuna iniziativa seria e concreta che dia delle risposte rassicuranti ai cittadini della riviera ionica per uscire da un isolamento che li penalizza fortemente sia dal punto di vista economico, culturale, sociale.
Ciò, nonostante che il Consiglio d’Europa abbia deciso di favorire l'uso del trasporto su rotaie e via mare (autostrade del mare) proprio per ridurre il traffico su gomma, ormai al limite del collasso, per diminuire il numero delle vittime della strada oltre che per far calare l’inquinamento atmosferico. A questo punto, sarebbe auspicabile che nell’immediato fosse predisposto almeno un servizio di collegamento regolare, lungo le direttrici Ionio-Tirreno, utilizzando dei treni navetta da realizzare lungo l’asse ionico da Reggio a Sibari.
Sarebbe il collegamento ideale e più economico e consentirebbe ai viaggiatori di recarsi nelle stazioni del Tirreno, a doppio binario e meglio servite, per prendere la coincidenza per il nord Italia senza dover utilizzare un proprio veicolo e con un tempo di percorrenza congruo. Quando saranno finalmente mantenute le promesse di tanti politici/amministratori/rappresentanti delle Istituzioni?

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giovedì, 01 marzo 2007

Contributi culturali
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Lucca/ Città di contenitori!

Una nota che evidenzia i problemi del rapporto tra contenitori edilizi  e nuove funzioni, dalla scala architettonica a quella urbana.
La nota è  pubblicata su "ArchitettureLucca", N°4/5, ETS, Pisa, 2007.

Roberto Mannocci, presidente di Italia Nostra Lucca

Esiste un termine assai di moda da molto tempo per indicare quegli edifici di una certa consistenza volumetrica che hanno perso la propria funzione originaria e che si trovano in stato di più o meno completo abbandono: contenitori. L’adozione di questo termine così generico non è un caso; infatti lo si usa non solo per gli edifici che sono rimasti vuoti, ma soprattutto per quei complessi per i quali ancora non si è individuato un nuovo ruolo urbano sostitutivo. Il termine sottolinea l’anonimato dell’edificio e ne fa risaltare solo l’aspetto di “capienza”, di consistenza volumetrica, di capacità, appunto, di contenere qualcosa… qualsiasi cosa, di un vuoto senza caratteristiche e contenuti, che chiede di essere riempito, comunque e in qualunque modo.
A scala architettonica questo concetto può portare a quella dissonanza tra contenuto e contenitore che, secondo noi, si è verificata con la scelta di adattare la chiesa di S. Ponziano come biblioteca della Scuola di Alti Studi IMT. Aldilà della qualità progettuale e tecnologica intrinseca dell’intervento (un grande volume a quattro livelli in acciaio e vetro che occupa l’intera navata centrale) è la spazialità propria del contenitore che risulta totamente offesa e annullata. A poco serve che il nuovo leggero parallelepipedo brilli nel suo pieno isolamento senza tangere fisicamente stucchi e strutture barocche pazientemente recuperate: la spazialità della chiesa non esiste più né per chi accede all’edificio, né per chi lavora all’interno dei nuovi spazi. L’invadenza di questo arredo non è che la conseguenza di una scelta sbagliata del sito avvenuta a monte, proprio perché questo sito, ben caratterizzato architettonicamente, è stato usato come mero volume in grado di accogliere qualsiasi contenuto.
In realtà l’uso continuo e pervicace del termine contenitore per riferirsi al patrimonio edilizio senza uso e funzione ci sembra più adatto e appropriato al linguaggio di uno speculatore che non di un architetto o un urbanista che, per formazione specifica, dovrebbero percepire, notare e sottolineare in primis la qualità, la struttura e i caratteri formali degli edifici e non la loro pura e anonima capienza.
Insomma, se l’uso del termine generico di contenitori può essere sopportato quando discorsivamente ci si riferisce ad una categoria generale (gli edifici in disuso), termine e concetto trasmesso devono decadere sia quando ci si riferisce o si opera su un singolo edificio sia quando si programma il futuro di una città.
Su questo piano, il Regolamento Urbanistico del Comune di Lucca, invece, adotta in pieno l’ideologia dei contenitori, anzi considera l’intero edificato urbano un insieme di contenitori. Più di 120 palazzi storici urbani, se il mercato lo chiederà, potranno accogliere, oltre a naturali residenze tradizionali, anche alberghi, strutture commerciali etc., con il limite parziale che non si sciupi troppo il piano nobile con interventi troppo drastici. Una filosofia appena, appena conservativa solo di alcuni aspetti architettonici, ma in realtà assai ipocrita perché apre la città storica nel suo insieme verso mille futuri imprevedibili, contraddittori e che ne snaturano il ruolo base che è quello della città abitata, stabilmente abitata. Lucca, fatta di volumi aperti al mercato, sarà quella, snaturata, che il mercato stesso giudicherà più appetibile, conveniente e remunerativa.
Se 120 palazzi si aprono a questa incognita di ruolo (come le molteplici chiese chiuse al culto), ma al contempo vedono riconosciuto un parziale rispetto della propria struttura architettonica, per altri contenitori non esiste nemmeno il riconoscimento della loro qualifica formale. Ci riferiamo al patrimonio di archeologia industriale, completamente disconosciuto dal Piano urbanistico, un patrimonio di edifici storici che corre il concreto pericolo di essere cancellato. Gran parte di questi complessi (e persino una villa padronale cinquecentesca lungo Viale Luporini), interpretati come meri volumi, sono stati e potranno essere abbattuti in favore di una “ricostruzione” che sfrutta ed amplia il volume precedente. Gli immobili artigianali dismessi o da dismettere (demoliti e ricostruiti) cambieranno funzione, ne potranno acquisire molte altre più appetibili e remunerative e saranno ciò che saranno.
Si salverà dall’abbattimento, invece, l’ex Manifattura dei Tabacchi, ma anche per questo manufatto industriale eccezionale del centro storico si prospetta un futuro incognito e rimediato dal momento che si è cominciato a collocarvi, prima, la nuova Soprintendenza in gran fretta e negli ambiti inadeguati di un quartierino, poi, entro il 2006, senza alcuna strategia sull’intero contenitore, un asilo, una materna e un’elementare occupando una parte minimale del grande complesso (1).

Manifattura


 

 














L'ex-Manifattura dei Tabacchi

Senza scelte di fondo, senza una convinta linea su quale città vogliamo, la città stessa viene a trovarsi sempre impreparata per rispondere alle varie esigenze che si manifestano e non è mai in grado di fornire attrezzature vere per una sua nuova vivibilità. Il citato caso Soprintendenza docet!
In sintesi, l’altissima indefinizione funzionale del Piano apre ad una miriade di operazioni edilizie piuttosto che ad un progetto urbanistico.
Quanto succederà all’edificio maggiore della Caserma Mazzini o al convento di S. Francesco (acquisito dal Comune, ma ancora senza ruolo), quanto accadrà alle Carceri di S. Giorgio quando cesseranno di essere luogo di pena, quanto è successo per l’area ove costruire il nuovo ospedale (Antraccoli, S. Filippo, S. Pietro a Vico, di nuovo S. Filippo), senza che nessuno ne abbia giustificata la necessità né chiarito la pesante incognita sul ruolo urbano delle appetibili enormi volumetrie che ne costituiscono il “vecchio” …sono solo alcuni dei temi che si accavallano in questa scacchiera di contenitori e di meri vuoti in attesa di funzioni (come tali sono considerati i territori agrari).
Nei locali del Real Collegio di S. Frediano, su cui si interviene dal 1986 con fondi pubblici (9 miliardi di lire) per dare vita al Museo Diocesano d’Arte Sacra con la convergenza di tutti gli Enti interessati, a inizio 2006 si voleva fare la sede della Scuola IMT, già accolta in altre parti della città.

RealCollegio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 







Real Collegio di S. Frediano

Questa soluzione avrebbe buttato al macero quell’investimento, per l’inidoneità del percorso espositivo già realizzato con le necessità di aule e ambienti universitari. E a giustificare questo cambiamento sarebbe stato il definitivo tramonto di quel Museo. E’ indubbio che il grande Museo Diocesano cui si pensava 20 anni addietro non si realizzerà, ma la città ha comunque bisogno di un Museo, pur ridimensionato, che accolga in sicurezza il patrimonio artistico di chiese dismesse o isolate e che possa rendere fruibili i preziosi eccezionali apparati della basilica di S. Frediano. Se Lucca, come si afferma, vuole potenziare il suo futuro di città della cultura non può abbandonare totalmente quest’idea. Anzi, il previsto ridimensionamento del Museo Diocesano permette che negli ampi spazi interni ed esterni del Real Collegio (recuperando la parte non ancora ristrutturata e che richiede urgente manutenzione) possa trovar posto una grande attrezzatura espositiva specializzata di cui la città, a conferma del ruolo culturale, ha immediato bisogno. Questo senza rinnegare i lavori di adattamento fino a qui eseguiti, ma mettendoli a frutto.
Se individuiamo nel turismo culturale una delle risorse fondamentali di Lucca, diamole allora prospettive vere con idonee strutture. Ed anche, diciamo,… con idonea immagine! Cioè cessiamo di considerare gli spazi inedificati della città (anch’essi!) come contenitori, come vuoti da riempire e da sfruttare acriticamente, nell’immediato vantaggio che possono portare sedute e tavoli che invadono piazze storiche e fronti di chiese. Il turismo sarà nostra risorsa futura se sapremo conservare e rispettare la fruibilità del patrimonio storico che ne costituisce l’attrattiva… ovvero se la città non sarà un anonimo contenitore fatto tutto di anonimi contenitori!

SAnastasio

 


































1.
C’è voluto l’arrivo del Commissario prefettizio, dott F. Lococciolo, arrivato nel giugno 2006 per governare la situazione del Comune lucchese dopo il naufragio dell’ Amministrazione e a traghettarlo fino alle prossime elezioni amministrative della primavera 2007, per far sì che questo progettino annunciato di parziale occupazione scolastica del grande complesso fosse da lui immediatamente e meritoriamente rigettato, risolvendo in modo più confacente quella esigenza.

 

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giovedì, 15 febbraio 2007

Contributi culturali
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LA CULTURA DEL PAESAGGIO

Evaristo Petrocchi, Consigliere nazionale Italia Nostra

La “densità”culturale ignorata del paesaggio italiano

I

Come spesso accade in Italia quando ci si trova di fronte a scempi di particolare rilevanza, anche il “caso di Monticchiello” in Toscana, nella Val d’Orcia, ha suscitato scandalo e numerose prese di posizione da parte di politici, personaggi di cultura, giornalisti, e lo stesso Ministro dei Beni Culturali, Rutelli, intervenuto ad un convegno organizzato dalle associazioni ambientaliste, nel prendere le distanze dagli interventi edilizi proposti ha addirittura ipotizzato di rimettere in discussione e modificare i progetti, almeno nelle parti più invasive e deturpanti, ancorché abbiano già ottenute le previste autorizzazioni ed anzi siano per giunta già iniziati i lavori. Con quali esiti non è dato effettivamente sapere visto che se abbiamo faticato enormemente anni per eliminare economostri che erano abusivi come il Fuenti nella scogliera amalfitana o l’edificio di Punta Perotti a Bari, figuriamoci se e quando sarà possibile ottenere un risultato soddisfacente per Monticchiello dove l’intervento è risultato perfettamente in regola. Né si può pensare che questo modo di intervenire a “cose fatte” per mitigare gli effetti di errori già compiuti possa tradursi prima o poi in una prassi “istituzionale” poiché certo sarebbe assai difficile ed anche di dubbia legittimità una eventuale rimessa in discussione di opere autorizzate dal punto di vista amministrativo trattandosi non già di correggere meri errori formali ma vere e proprie valutazioni soggettive e discrezionali sulla materia della tutela del paesaggio, andandosi incontro a ricorsi e contestazioni legali di incerto esito e lunga durata. Né ancora giova in tale situazione tornare solo a ricordare a viva voce che il sistema della tutela in Italia è debole, che le normative, a partire da quelle del 1939 sulla protezione delle Bellezze naturali e sulle cose di interesse artistico e storico, la n. 1497 e la 1089, per arrivare al vigente e recente Codice dei Beni Culturali del 2004 non garantiscono un controllo effettivo del territorio, il caso “Monticchiello” docet. Una constatazione di questo tipo è talmente ovvia se si pensa che se il sistema “tutela” italiano, che faceva capo una volta solo al Ministero dei BB.CC. ed alle Soprintendenze ed ora, per effetto delle note deleghe legislative (dal DPR n. 616/77 in poi), alle regioni ed ai comuni (di norma subdelegati dalle prime all’esercizio di tali funzioni), ha permesso ovvero non ha impedito lo scempio permanente di quasi tutti litorali delle coste italiane, edificati dagli anni ‘50 in poi anche nelle strisce di rispetto di 300 metri dalla spiaggia come nel 1985 ha previsto, anche se tardivamente, il decreto Galasso imponendo uno specifico divieto ex lege. E non parlo ed anzi non intendo riferirmi solo ai luoghi che paesaggisticamente sono i più noti, come la scogliera amalfitana o quella ligure, intendo invece far riferimento anche a quei chilometri e chilometri di costa che sul Tirreno e sull’Adriatico, e specie a ridosso delle grandi città, sono stati completamente edificati e lottizzati negli anni come “terra di nessuno”: il litorale romano, per fare qualche esempio, una volta bellissimo, Ardea, Pomezia, Tor San Lorenzo, Ostia, Lido dei Pini, Lavinio, Anzio, Nettuno e più giù fino a San Felice Circeo, dove percorrendo una volta l’“ardeatina” o la “Pontina” era possibile incontrare canneti, pinete, distese di campi di cocomeri, mentre si vedeva il mare fino all’orizzonte e le spiagge, di felliniana memoria, ospitanti talvolta chioschi prefabbricati di canne organizzati come ristoranti domenicali. Nell’Adriatico la situazione era identica, le strade litoranee permettevano la visuale aperta del mare, all’interno invece frutteti ed orti. Cosa esiste invece oggi intorno alle periferie o alle aree di sfogo delle grandi città come Roma, Napoli, Salerno, Caserta, Palermo o Siracusa o Taranto? Cosa è stato costruito sulle aree del “mare di Roma” o del “mare di Napoli” o di Taranto? Queste considerazioni non devono indurre peraltro in una facile operazione di recupero “nostalgico” di tempi andati che hanno ceduto il passo allo sviluppo incalzante del progresso. Sarebbe fuorviante liquidare queste riflessioni come “il mondo dei sogni perduti” in una realtà che è ben diversa nel suo quotidiano divenire ed accelera l’esigenza del consumo in tutti i suoi aspetti, ed in primis quello del territorio e del paesaggio come momento che è reso “cedevole” di fronte ad esigenze superiori di crescita e di sviluppo economico.

II

Ma qui sta il primo punto di equivoco grave che ha caratterizzato la storia d’Italia dagli anni ’50 in poi. Il paesaggio è stato è previsto come oggetto di tutela, fin nella Costituzione, all’art. 9, ma di questo concetto profondo non si è mai avuto una chiara e corretta percezione culturale né si mai chiarito come o con quali criteri o strumenti debba essere tutelato rispetto all’esigenza dello “sviluppo economico” che è stata presentata in genere come istanza contrapposta e, per certi versi superiore, a quella della tutela e della conservazione”. Si è finiti così a far percepire il paesaggio come mero “limite” allo sviluppo, uno sviluppo economico che, si dice, deve essere “sostenibile”. Non vi è legge regionale in materia urbanistica oggi che non ponga l’obiettivo dello “sviluppo sostenibile” come obiettivo essenziale di un equilibrato ed armonico assetto del territorio. I risultati sono del tutto scarsi perché anche in tal caso si tratta di nozione generica e discrezionale, la cui applicazione pratica è suscettibile di condurre, pur in nome dello stesso principio, a soluzioni opposte. E per tornare al caso “Monticchiello” vorrei ricordare che lo stesso sindaco insieme ad altri delle Val d’Orcia, ha sostenuto che la costruzione delle villette rappresentava un modo per ridare slancio all’economia locale ed impedire il crescente spopolamento di un paese. Secondo questi amministratori il paesaggio si tutela anche evitando che i paesi si spopolino e divengano luoghi abbandonati e dunque anch’essi, paradossalmente, si ritengono in un certo senso difensori del territorio e della conservazione della sua identità storica.

Da ciò si desume che il concetto di “paesaggio” non è stato ancora ben percepito, ossia non è adeguatamente transitato nelle coscienze degli italiani, complice anche un modo di far politica che si è basato più sulle grandi affermazioni di principio che sulla effettiva capacità di far crescere culturalmente un Paese che, da questo punto di vista, rimane ancora a scarsi livelli di progressione.

III

La prima considerazione dalla quale occorre partire è che il paesaggio italiano è un paesaggio estremamente “denso”, un territorio cioè dove la stratificazione nei secoli della cultura dell’uomo si è concentrata al punto tale che risulta difficile farla apparire in tutta la sua evidenza anche nei suoi lati che sembrano di minore importanza. Quello che ancora oggi predomina è infatti l’effetto “cartolina”, quello indotto dai grandi monumenti, dalle più note città d’arte, dagli innumerevoli beni artistici, dalle località turistiche più famose. Il “sostrato” comune di queste situazioni è in genere ignorato o sottovalutato: ed infatti ciò è dimostrato ineluttabilmente dal degrado urbano delle periferie, anche di centri storici importanti ed a grande valore storico ed artistico, dal consumo dilagante del contesto o cornice ambientale delle città, dalla visione sconsideratamente separata del centro storico rispetto alla periferia. Questi territori non presentano nessun pregio in un’ottica di mercato, sono solo aree da destinare al “consumo” funzionale allo “sviluppo”, come erano i campi, negli anni ’50 e 60, sui litorali dei mari italiani. Aree per favorire lo sviluppo edilizio e le speculazioni economiche. Se ciò è vero dovremo allora concludere che il paesaggio italiano va tutelato in ogni dove e non solo nei casi eclatanti di Monticchiello, Punta Perotti o il Fuenti che rappresentano anche facile passerelle per politici. Tutelare il paesaggio italiano significa innanzitutto percepire e far percepire il valore culturale di un territorio “denso” e cioè di un territorio che presenta nella sua interezza una forte concentrazione di elementi di cultura e di memoria. In questa prospettiva l’attenzione va rivolta alla riscoperta di ciò che è stato dimenticato o abbandonato per effetto di uno sviluppo assordante indirizzando l’azione proprio verso quelle aree e quelle zone dove, come i litorali del mare o le periferie delle città, non appare più percepibile quella densità culturale che è propria di ogni parte d’Italia. Ed è in tale riflessione che emerge anche l’insufficienza del postulato contenuto all’art. 131 del codice dei Beni Culturali laddove precisa che “la tutela e la valorizzazione del paesaggio salvaguardano i valori che esso esprime quali manifestazioni identitarie percepibili”. In realtà oggi la percezione dei valori che sono connaturati al paesaggio italiano, si deve presumere, dai fatti eclatanti esposti in narrativa, non manifesta e niente affatto percepibile: la tutela del patrimonio paesaggistico italiano deve tendere non solo a garantire la conservazione di ciò che ancora appare a tutta evidenza di valore, il bel monumento o il bel paesaggio da cartolina, ma soprattutto ciò che apparentemente non è percepibile come tale, ma che va riscoperto e valorizzato perché espressione di quella profonda densità culturale che appartiene a tutti noi e che caratterizza per intero il nostro territorio italiano.  

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categorie: 07 contributi culturali
lunedì, 20 novembre 2006

Contributi Culturali


Una Calabria senza più anima…

Dott. Paolo Damiano Franzese, storico dell’arte

Il recente restauro della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli a Papasidero (Cs), come ben rilevato in questi giorni dalla prof.ssa Liguori, Presidente regionale di Italia Nostra, rischia di essere incluso nel decalogo italiano come un intervento incredibilmente grossolano. Le motivazioni sono molteplici e di diversa natura. Ha ragione Bloise, sindaco del piccolo comune del Pollino, quando afferma che Italia Nostra ha dimenticato di sottolineare che il restauro ha reso accessibili gli ambienti sottostanti la chiesa e il recupero della facciata e degli ‘archi murati’; tuttavia ciò non rende meno grave il fatto che, anche agli occhi di un profano, il campanile ha oggi una colorazione stravagante e per nulla coerente con il monumento rupestre, con la sua storia, con la sua complessa stratificazione culturale, con la sua condivisa identità secolare.
Il Restauro – per fortuna ormai da più di un secolo – è una disciplina scientifica, filologica, critica, seria e affidabile, che ha come scopo quello di tramandare il monumento alle future generazioni, di preservarlo da fenomeni distruttivi e di farlo in modo assolutamente neutrale, non invasivo, reversibile e, soprattutto, senza alcuna invenzione di sorta. A pagarne il prezzo più alto di questo triste misfatto non è certo Italia Nostra ma il santuario della Madonna di Costantinopoli e quindi proprio gli abitanti di Papasidero, la loro storia, la loro stessa peculiarità culturale, quella che con animo amorevole il sindaco ha cercato di difendere da un ‘attacco ingiustificato’, che ha invece, a mio parere, avuto solo il torto di aver sollevato un problema cruciale per il futuro della nostra regione: avanti di questo passo, fra una decina d’anni, non ci saranno più beni culturali in Calabria. Nessun turista avrà l’interesse ad avventurarsi in questa estrema terra d’Italia per conoscerne i monumenti e i paesaggi una volta unici e straordinari e che ora rievocano solo lontanamente le antiche testimonianze culturali, storiche e artistiche che le hanno partorite, risultando, nei migliori dei casi, posticci, alterati, imbruttiti e deformati.
Se si faranno costruire ancora incredibili edifici in cemento armato a ridosso dei monumenti storici (Cerchiara), inutili anfiteatri a pochi passi da gloriose abbazie medievali (S. Giovanni in Fiore), palazzi di cinque piani da utilizzare come megaparcheggio al riparo di antichi castelli normanni (Altomonte), si uniranno stratosferici sforzi economici per ‘abbellire’ la costa dell’Alto Tirreno con complessi alberghieri faraonici (Praia a Mare), presto, anzi prestissimo, non ci sarà più alcun luogo in Calabria risparmiato dalla furia distruttrice del calcestruzzo, emblema, ritornato purtroppo di moda, dello sviluppo a tutti i costi, del guadagno facile, di pericolosi miraggi occupazionali.
A osservare con attenzione le cronache degli ultimissimi anni, si evince con chiarezza che questi non possono essere considerati più come sporadici casi di una sfortunata e infelice politica dei beni culturali patrocinati e partoriti nelle candide sale delle Istituzioni, ma un vero e proprio smantellamento meditato e feroce non solo dei boschi, della costa, del nostro mare – sempre più inquinati dall’immondizia e dal cemento –, ma anche delle rare e, perciò, ancora più preziose e fragili testimonianze del passato. Se non si corre quanto prima al riparo si rischia seriamente di assistere impotenti alla dispersione, all’alterazione e al disfacimento del patrimonio storico culturale della Calabria, alla sua unicità e particolarità. Sotto questo aspetto è importante evidenziare che in pericolo vi è l’identità stessa della nostra storia, le ricchezze peculiari di una comunità nata e sviluppata alla luce della Magna Grecia, della dominazione Romana e poi di quella Gota, Bizantina, Longobarda, Araba, Normanna, Angioina, Aragonese, Borbonica, governi che hanno, nel loro susseguirsi spesso confuso e violento, costituito una stratificazione unica ancora oggi evidente nei dialetti, nella natura dei piccoli insediamenti urbani, nei romitori eremitici, nei sedimenti archeologici, nei castelli federiciani, nelle torri costiere di avvistamento, nelle numerose comunità albanesi, grecaniche e occitane.
Pitagora, Milone, Zeusi di Eraclea, Gioacchino da Fiore, Barlaam di Seminara, Leonzio Pilato, Tommaso Campanella; i santi italo bizantini Nilo da Rossano, Fantino il Giovane, Elia Speleota, Gregorio da Cerchiara, Bartolomeo da Simeri; e ancora Flavio Aurelio Cassiodoro, san Francesco di Paola, Galeazzo di Tarsia, Bernardino Telesio, Mattia Preti, Gian Vincenzo Gravina, Francesco Perri e Corrado Alvaro. Un elenco quanto mai sintetico e lacunoso, ma che, credo, possa riassumere bene le anime, la storia e le culture, spesso diversissime, che hanno costituito – e costituiscono ancora – l’essenza e lo spirito calabrese. Patrimonio straordinario, in realtà, scarsamente noto ai più. È sufficiente, del resto, sfogliare gli indici di qualsiasi manuale scolastico di Storia o Storia dell’arte alla parola “Calabria” per rendersene conto. Aspetto desolante che rafforza, se ce ne fosse bisogno, la necessità urgente di investire ingenti risorse, politiche ed economiche, per una nuova sensibilità culturale tesa alla salvaguardia e alla valorizzazione del patrimonio storico-artistico calabrese e, quindi, alla ricerca, allo studio e alla necessaria consapevolezza; concorrere alla rovina del nostro patrimonio equivale, infatti, a lacerare questa composita e preziosa eredità: ogni minima manomissione rischia concretamente di determinare la scomparsa di irriproducibili segni-significanti cui corrispondono anche una specifica identità civica, sociale e spirituale. Non è possibile fare o avere preferenze; è un tutt’uno, un unicum inscindibile, inalienabile, fragile e straordinariamente prezioso che abbiamo il dovere di salvaguardare da ogni moderna tentazione sbrigativa di profanazione. Poiché, come afferma Ranuccio Bianchi Bandinelli, “a ciascuno piace riguardare le immagini del proprio padre e del proprio nonno, e le fotografie di se stesso nei momenti più lontani della propria vita, ove ciascuno si riconosce pur mentre si sente diverso e ove ciascuno vede ritornare attorno a sé altre immagini e altre memorie collegate con quelle. Così è per un popolo il contemplare le vestigia del proprio passato, umile o glorioso che esso sia; così è per l’uomo non incolto non rozzo il vedere dinnanzi a sé vive e tangibili le memorie del passato: un passato che ci appartiene come ci appartengono i nostri vecchi, e al quale, allo stesso modo, noi apparteniamo. È attraverso queste radici della storia che noi acquistiamo coscienza di noi e la saldezza necessaria per affrontare, con certezza di successo, la costruzione di un avvenire migliore”.

FiumeLaoPapasidero




























Fiume Lao nei pressi della chiesa di Santa Maria di
Costantinopoli a Papasidero (Foto O. Chiaradia)

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lunedì, 06 novembre 2006

Contributi Culturali


Presentazione del volume:
La Terrazza del Mistero. L'allegoria sacra di Giovanni Bellini.

Lunedì 6 novembre 2006 ore 16
Biblioteca degli Uffizi
Piazzale degli Uffizi, Firenze 
 
La Terrazza del Mistero. L'allegoria sacra di Giovanni Bellini.
Analisi storica e interpretazione psicoanalitica con una rilettura dopo il restauro
di Graziella Magherini, Antonio Natali, Mariarita Signorini, Anchise Tempestini.
Nicomp editore, Firenze, 2006.

Interverranno Paolo Berruti e Vincenzo Farinella.
 
Dopo la presentazione sarà possibile dialogare con gli autori al cospetto dell'opera in Galleria.
  
Vi aspetto, sarà un'occasione per vedere in modo nuovo una straordinaria opera d'arte
saluti,
Mariarita Signorini

postato da: gruppo17 alle ore 16:42 | link | commenti
categorie: 07 contributi culturali
mercoledì, 20 settembre 2006