Cultura del Turismo
RISPETTIAMO GLI SPAZI MONUMENTALI!
Lucca, regole per tutelare la città storica
dall'invasione di tavoli e ombrelloni
Roberto Mannocci, presidente Italia Nostra, Sezione di Lucca
Ci riferiscono che nella piazza S. Frediano c’è l’intenzione di aprire una nuova trattoria-pizzeria dotata di una modesta superficie interna per il consumo dei pasti. Presumibilmente nelle legittime aspettative degli imprenditori si fa affidamento sulla possibilità, purtroppo già attuata in precedenza nella stessa piazza per altri due locali pubblici, di potersi ampliare con sedute e tavoli all’aperto. Questa Associazione desidera segnalare, in via preventiva, il grave danno alla fruibilità della facciata della chiesa di S. Frediano, che sarebbe apportato da una ulteriore intromissione di questi spazi commerciali all’aperto che, anche se economicamente trainanti per gli imprenditori e graditi a parte dei turisti, non possono e non devono invadere gli spazi monumentali della città. Mentre richiediamo di rivedere, alla scadenza delle convenzioni, le attuali indiscriminate concessioni di suolo pubblico per questo uso (a partire proprio dalla piazza S. Frediano), facciamo istanza perché quanto prima si proceda ad una modifica del Regolamento apposito vigente che accolga l’osservazione, da noi presentata il 20.06.2001 già prima della sua approvazione, che si stabiliscano a priori quali spazi della città storica, per valore monumentale o per necessità funzionali, non possono essere occupati da strutture commerciali di questo genere. Sarebbe un punto di grande importanza, al quale la Soprintendenza potrebbe dare un prezioso apporto, che toglierebbe una troppo ampia discrezionalità agli Uffici e la loro sottoposizione alle pressioni di singoli operatori e che darebbe agli imprenditori stessi elementi di chiarezza per valutare la convenienza del proprio investimento. Ci riserviamo, comunque, di tornare in maniera più compiuta sul tema del drammatico arredo urbano che caratterizza la città e sul citato Regolamento comunale degli spazi commerciali, interamente disatteso ovunque e da chiunque. Con questa nota chiediamo che Commissario e Soprintendenza impediscano, con determinazione, qualsiasi estensione di sedute all’aperto nella piazza S. Frediano e che si avverta subito l’imprenditore che vorrebbe aprire questa nuova attività nella piazza (e che ancora non ha concluso l’iter per l’acquisizione dei locali e delle autorizzazioni) che non potrà usufruire della concessione di spazi all’aperto. Se quanto riferitoci nello specifico risulta privo di fondamento si prega considerare questo intervento solo per la sua valenza generale.
Cultura del Turismo
Investire in natura per guadagnare domani
di Andrea Ferraretto, Università di Siena
da ECOMONDO – mensile di ambiente, energia risorse – giugno 2006
LO SFRUTTAMENTO INDISCRIMINATO PORTA A UN DECLINO DELLE METE TURISTICHE. PER QUESTO È GIUSTO TUTELARE. E ANCHE METTERE MANO AL PORTAFOGLIO PER FARLO…
L’ambiente ha un costo? Il consumo di beni naturali, di spiagge, coste, paesaggi, può essere considerato un costo per la collettività e quindi limitato e gestito? La regione Sardegna ha avviato dallo scorso anno un’azione complessa che ha il suo fondamento nel considerare i beni ambientali una risorsa esauribile, una risorsa che è necessario tutelare e gestire per assicurare un futuro all’economia e alla collettività. Si potrebbe parlare di sfide epocali, di capovolgimenti di visioni e strategie politiche: un bene comune, quale può essere la fascia costiera non viene più letto come un giacimento da sfruttare ed esaurire ma come un patrimonio collettivo da tutelare e valorizzare.
La definizione del Piano paesistico regionale pone vincoli seri rispetto all’inedificabilità nella fascia di 300 metri dalla costa, riconoscendo la scarsità, la fragilità e il valore economico, ambientale e sociale di tale risorsa. La notizia è quindi questa: la Sardegna decide di tutelare le proprie coste, impedendo che sia portato a termine un processo di cementificazione e stravolgimento di un bene che ha il proprio valore proprio nella capacità di mantenere intatti gli aspetti paesaggistici, naturali, biologici. Forse il clamore della notizia sta nel fatto che questa decisione avvenga nel 2006, dopo anni di saccheggi e devastazioni, con la realizzazione di insediamenti turistici “sul mare”, occupando spiagge e coste con lottizzazioni e infrastrutture che determinano vantaggi di breve periodo, per chi costruisce e vende ma con notevoli svantaggi di medio e lungo periodo a scapito della collettività e delle comunità locali. Come definire altrimenti quelle situazioni che caratterizzano ampi tratti del paesaggio costiero italiano (e non solo!) con costruzioni, villette e appartamenti, impedendo, talvolta, l’accesso al mare e la fruizione dei luoghi naturali? La logica del consumo degli spazi, del costruire per aumentare il consumo e il reddito del settore immobiliare viene contrastata con una decisione che parte dalla necessità di tutelare una risorsa scarsa, che può rappresentare il fattore di competitività economica per una regione come la Sardegna che deve collocarsi nel mercato globale del turismo. Si potrebbe dire che viene adottato il principio del “costo della conservazione” impedendo da un lato il consumo di ulteriori spazi naturali e dall’altro prevedendo un contributo, sotto forma di tassazione, per le seconde case, circa 250.000, costruite in Sardegna in questi anni.
Una tassa “di scopo” che non intende colpire il “lusso” di possedere una casa ma una forma di partecipazione proporzionale e progressiva che riconosca il costo dell’utilizzo di una risorsa che appartiene alla collettività, capace di generare opportunità per lo sviluppo della Regione che è impegnata in una complessa strategia per innovare e rendere competitiva l’economia locale. Tutelare l’ambiente costa, è necessario investire per mantenere intatto il paesaggio, per garantire gli equilibri naturali, proteggendo le risorse naturali, l’acqua, il mare, i boschi: la tutela dell’ambiente diventa quindi, in questo modo, una garanzia perché il turismo continui a riconoscere la Sardegna come una meta in grado di attrarre e di offrire possibilità di svago, riposo e di godimento delle bellezze naturali e culturali di questa regione. Le analisi compiute sul ciclo di vita delle destinazioni turistiche dimostrano che il superamento delle soglie di consumo delle risorse naturali, il congestionamento, la diminuzione della capacità di accogliere i turisti sulle spiagge determinano un declino economico delle località, un’evoluzione negativa del settore e della creazione di reddito.
Oggi il passo compiuto dalla Giunta regionale guidata da Renato Soru (un imprenditore che ha accettato la sfida di rendere la Sardegna più competitiva) va proprio in questa direzione: uscire da una logica di sfruttamento indiscriminato e far diventare l’ambiente naturale un punto di forza per il rilancio dell’economia. Accade poche volte (purtroppo) di vedere tradotte le strategie per la sostenibilità dello sviluppo in politiche concrete: lo è ancor più se a farlo è una regione del Mezzogiorno, che, con grandi sforzi sta operando per inserirsi in un quadro europeo e mondiale che, proprio nel turismo, vede una delle forme più spinte di concorrenza.
La Sardegna, collocata al centro del Mediterraneo e che possiede un patrimonio ambientale che universalmente viene riconosciuto come inestimabile, con bellezze naturali e un patrimonio culturale che la rendono unica, ha riconosciuto la necessità di tutelare queste risorse, limitandone la disponibilità e garantendone la tutela. Le scelte compiute dalla Sardegna tengono conto della necessità di intervenire sulla qualità dell’offerta, riconoscendo alle politiche di tutela dell’ambiente la capacità di generare opportunità e reddito: non scelte di vincoli tout court ma una strategia complessa che intende assicurare valore, qualità e competitività all’economia turistica della regione.
Si tratta, in questo caso, di orientare lo sviluppo, determinando un quadro di regole e di certezze: anche le scelte imprenditoriali, di chi opera nel settore del turismo, saranno condizionate da queste decisioni superando una fase di sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Una maggiore competitività del settore turistico può derivare da un incremento del consumo e del degrado delle risorse naturali, dalla ridotta disponibilità di servizi e qualità? In questo caso è inequivocabile il rapporto tra gestione delle risorse naturali e qualità dell’offerta turistica: spiagge congestionate, inquinamento, coste cementificate, sono aspetti che contrastano un’idea di sistema turistico in grado di competere e di creare opportunità che durino nel tempo. Fin troppo diffusa è stata l’opinione di considerare che la liberalizzazione del mercato significasse concedere di costruire sempre e ovunque, nell’assenza di regole e di limiti: i condoni edilizi e le deroghe hanno significato, in molti casi, il degrado e la scomparsa di paesaggi e ambienti naturali ma, soprattutto, la negazione di un processo economico e sociale in grado di risultare continuo nel tempo. È il contrasto tra benefici di breve periodo, limitati a poche categorie legate al settore immobiliare, e costi diffusi, a carico dell’intera collettività, che è costretta a subire la negazione di ambienti naturali, risorse, opportunità di sviluppo. Altri aspetti andrebbero considerati, in questa azione che fondamentalmente tende a riconoscere il costo dell’ambiente come risorsa strategica per lo sviluppo: come non evidenziare, per esempio, il peso del mercato immobiliare, rappresentato dalle seconde case, e la quota di reddito prodotto che sfugge al controllo e alla possibilità di generare effetti positivi per l’economia dell’isola? Un aspetto di economia sommersa che rappresenta una parte considerevole di entrate che non partecipano né al ciclo di sviluppo interno né, aspetto ancor più evidente, a contribuire alle spese di gestione e di tutela dell’ambiente naturale. Sta avvenendo qualcosa di significativo: si sta cercando di invertire un processo. Dal consumo si tende alla gestione degli spazi, rendendo disponibili risorse per riequilibrare lo sviluppo delle aree interne. Tra qualche anno sarà possibile iniziare a comprendere l’efficacia di queste decisioni ma, fin d’ora, è possibile considerare la distanza tra questo tipo di scelte e l’orientamento di chi proponeva la vendita delle spiagge, del demanio, dei beni culturali, per ottenere, in cambio, entrate fiscali e la costruzione di ulteriori alberghi, villaggi e case.
Cultura del Turismo
TURISMO CULTURALE/ ASCOLI
Opportunità e utopia per una città d'arte
Gaetano Rinaldi
Presidente Sezione Italia Nostra Ascoli Piceno
Basta una breve premessa per giustificare le ragioni e il titolo della relazione. Non appare necessario, infatti, dilungarsi eccessivamente sull’argomento. Sappiamo tutti, in primo luogo, che il turismo è diventato per Ascoli e per il comprensorio la risorsa miracolosa che dovrebbe curare ogni malanno favorendo una quantità enorme di opportunità economiche, ma il tempo passa e i problemi rimangono irrisolti. In realtà un certo incremento del numero di visitatori c’è stato, ma si è trattato, per lo più, di veloci escursionisti, ma non in quantità tale da determinare dei benefici economici e quindi occupazionali significativi. È quindi da ritenere erronea la previsione di fare affidamento sulle qualità del patrimonio storico, artistico, monumentale, sul contesto ambientale, sulle tradizioni antropiche della città e del territorio per sviluppare adeguatamente il cosiddetto turismo culturale? Per i motivi che verranno indicati nel corso della relazione si può senz’altro affermare che questa previsione si sostanzia in una vera e propria utopia. A cui va contrapposta un’altra utopia, questa si da utilizzare come stimolo per una diversa e più intelligente utilizzazione delle autentiche ricchezze, che arricchiscono Ascoli e il suo comprensorio, in modo da favorire una migliore e più qualificata forma di turismo culturale, che potremmo definire di tipo residenziale. Per evitare di incorrere nei consueti errori, che contraddistinguono le analisi e le previsioni fatte nel settore turistico, è necessario un approccio scientifico e sistematico alle relative problematiche, evitando gli interventi di tipo puntuale ed episodico, frutto per lo più del cosiddetto spontaneismo superficiale. È strano che per uno dei fenomeni socio economici più complessi, quale è sicuramente quello del turismo, si continuino a commettere i soliti errori, fidandosi di intuizioni estemporanee, senza mai valutare tra l’altro con precisa indagine successiva la reale efficacia degli interventi effettuati. La giustificazione di questo atteggiamento va forse individuata nel fatto che si ritiene che il turismo sia un evento naturale, un po’ come l’arrivo delle rondini a primavera, evento che negli ultimi tempi, tra l’altro, forse anche per colpa nostra non si verifica più con la consueta e tradizionale intensità. In pratica si ragiona in questo modo: il turismo è un fenomeno naturale, basta avere a disposizione alcuni elementi di richiamo, è sufficiente promuoverli, i turisti arriveranno sicuramente. Questo atteggiamento è anche il frutto di convinzioni, veri e propri archetipi, che si trovano nel nostro inconscio. Sono cioè la memoria, il ricordo, il segno del modo di vivere dei nostri primi antenati, che, nomadi qual’erano e sempre a caccia di cibo, si muovevano in continuazione, nell’incessante ricerca di nuovi spazi, di nuovi ambienti, di nuovi orizzonti. Certamente di questo lontano passato è rimasto in ognuno di noi una traccia inconscia, che ci condiziona. Da qui i continui spostamenti e per non allontanarci troppo dal nostro territorio la mitica primavera italica, con la migrazione dei Sabini verso il sole nascente dall’Adriatico. E poi in tempi storici i grandi movimenti, già forme di turismo vero e proprio, dell’epoca greco romana, la visita alle località sede di oracoli,la partecipazione alle olimpiadi, l’urgenza di conoscere nuove culture, nuovi spazi, quell’urgenza che spinse Ulisse “a divenir del mondo esperto e che lo mise per l’alto mare aperto” ,come canta il sommo poeta. E poi i pellegrinaggi medioevali ai luoghi sacri della cristianità,che mossero moltitudini di pellegrini, disposti ad affrontare disagi inauditi pur di raggiungere l’agognata meta, come la commovente figura del “vecchierel canuto e bianco”, che “ rotto dagli anni e dal camino stanco, viene a Roma, seguendo ‘l desio, per mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera. E poi dal settecento in poi l’inizio di una vera e propria corrente di turismo di conoscenza con il “grand tour”, il viaggio iniziatico dei nobili, degli artisti del vecchio continente, alla scoperta delle mete più prestigiose del giardino d’Europa, con alcune tappe ineliminabili, quali Venezia, Firenze, Roma, Pompei, che sono rimaste tali anche quando dal turismo di elite si è passati a quello di massa. È proprio questo uno dei motivi principali che non consentono alla nostra città e al nostro territorio di sfruttare, se non in minima parte i flussi turistici nazionali ed internazionali, che in ogni periodo dell’anno, riempiono, talvolta anche con devastanti effetti negativi, le mete più celebri del patrimonio storico artistico italiano. La perifericità del nostro territorio rispetto ai circuiti tradizionali lo penalizza indiscutibilmente. D’altra parte, ci chiediamo, ad un turista giapponese che viene in Europa per una settimana o 15 giorni, si può proporre di allontanarsi dal circuito tradizionale e famoso da secoli, per visitare una città che, pur splendida, non è compresa nell’elenco delle mete di cui si riteneva e si ritiene indispensabile la conoscenza? Bisogna inoltre tener presente che fuori del circuito tradizionale, è pure possibile incrementare il numero di visitatori del cosiddetto tipo escursionistico e cioè del mordi e fuggi in maniera tale da rendere economicamente significativa l’operazione (a riguardo occorre precisare che per ottenere una valenza economica sono necessari almeno 400 mila visitatori all’anno) se sono presenti uno di questi tre elementi: o la presenza di un monumento di eccezionale importanza, che almeno una volta nella vita bisogna ammirare (per esempio La Torre di Pisa), o la presenza di un personaggio eccezionale che da solo riesce a richiamare una moltitudine di visitatori (per esempio Padre Pio, che richiama a San Giovanni Rotondo e nel territorio vicino dai 6 al 7 milioni di visitatori all’anno), oppure la presenza di un evento di eccezionale importanza, che da solo sia in grado di creare una particolare immagine della località che lo ospita (per esempio il Festival Dei Due Mondi a Spoleto, che tra l’altro, leggenda metropolitana forse, sembra che all’epoca gli amministratori ascolani abbiano rifiutato!). Con questo non si vuole sostenere che Ascoli sia priva di qualità in grado di attirare moltitudini di visitatori. Queste qualità in potenza sono presenti. Ma per farle diventare reali promotori di movimento turistico sarebbe necessario una riqualificazione complessiva di tutto il contesto urbano ed ambientale, con un lavoro di estrema complessità e di scientifico rigore,f acendo cioè della città e del territorio un vero e proprio luogo speciale, una meta ideale, onde poter iniziare un’efficace attività di promozione, per poter aspirare a vedere in tempi accettabili come luogo di destinazione di una quantità rilevante di visitatori. Ma non si sa sino a che punto sia conveniente optare per questo tipo di soluzione e cioè se convenga sforzarsi di favorire lo sviluppo del turismo di tipo escursionistico, che come abbiamo ripetutamente rilevato diventa economicamente significativo solo se caratterizzato dalla presenza di grandi numeri. Immaginiamo solo per un momento quali problemi si presenterebbero per Ascoli se si raggiungesse il numero minimo di visitatori di 400 mila unità all’anno, che concentrati in alcuni giorni e mesi particolari (fine settimana e mesi estivi), e quindi in un massimo di 150 giorni all’anno, comporterebbe la visita quotidiana di circa 3000 ospiti e cioè la presenza di non meno di 60 pullman giornalieri, che non si saprebbe nemmeno dove sistemare. Questo solo per dire una delle emergenze che si verrebbero a creare, senza accennare al problema dei servizi igienici,alle strade occupate dai turisti e contemporaneamente dalle auto che si vuole comunque mantenere nelle strette rue, alla perdita della propria più autentica fisionomia, alla proliferazione di pizzerie al taglio e alla vendita di paccottiglia cinese etc. etc. Quindi se si vuole realmente sfruttare l’opportunità turistica ed uscire dal mondo dell’utopia bisogna per forza elaborare altre strategie,individuare obiettivi più intelligenti,forme più innovative e più moderne di turismo. Il tutto partendo da una considerazione preliminare dalle quattro caratteristiche, che connotano attualmente il turismo: globalizzazione, complessità, mutevolezza, competitività. Riferendoci, in particolare, al fenomeno della globalizzazione dobbiamo riconoscere che non è più possibile usufruire delle cosiddette rendite di posizione. La facilità e la libertà degli scambi e dei movimenti delle persone ha reso, ormai, tutti gli angoli della terra facilmente raggiungibili, consentendo in questo modo una competizione oramai universale. Per tanti aspetti sono le nuove località a trovarsi in una condizione di vantaggio competitivo rispetto alle mete tradizionali del turismo, le prime, infatti, oltre a poter sovente offrire luoghi dal fascino esotico ed intatti dal punto di vista naturalistico, sono in grado di offrire il loro prodotto a prezzi estremamente convenienti, rispetto a quelli praticati dai paesi con una lunga tradizione turistica. La risposta a questa sfida appare particolarmente difficile. È evidente che solo valorizzando al meglio le caratteristiche del proprio territorio e cioè quegli elementi che abbiamo ereditato da una millenaria forma di civilizzazione potremo competere con i nuovi soggetti presenti sulla scena turistica internazionale. Quali sono,per il nostro paese,questi elementi di attrazione? Sono presenti anche nel nostro territorio? La risposta è positiva. Infatti Ascoli e il suo comprensorio sono caratterizzati dalla presenza di un rilevante patrimonio storico, archeologico, artistico e monumentale. Questo patrimonio è inserito, inoltre, in un contesto ambientale di rilevante prestigio. Arricchisce il tutto, infine, la presenza di tradizioni culturali, frutto di civilizzazioni secolari se non millenarie, che si sono succedute nel tempo,lasciando ognuna manifestazioni,ricorrenze, comportamenti, festività, giacimenti enogastronomici etc. È sufficiente questo per diventare competitivi? Abbiamo già detto prima che tutto ciò non è sufficiente. Questa è la condizione preliminare. Ma tanto altro deve essere fatto. Partiamo, prima, dall’esigenza di meglio tutelare quanto i nostri antenati ci hanno lasciato in eredità, intendiamo dire tutelare e valorizzare con intelligenza, con accortezza, con amore direi. È avvenuto tutto ciò? La risposta è sicuramente negativa. Infatti vediamo che non c’è né tutela, né valorizzazione. Sovente, invece, aggressione vergognosa, annullamento della memoria storica, distruzione di angoli prestigiosi. Di questo parleranno gli altri relatori della giornata. Ma consentitemi di sostenere che il quadro complessivo non è esaltante. Come volete che si sviluppi un turismo di qualità partendo dalle condizioni di difficoltà iniziali che ho sopra indicato, se si continua imperterriti a impoverire il primo elemento di attrazione del territorio? Ma l’opera di tutela non è sufficiente. A questa bisogna aggiungere un’azione in positivo mirante ad individuare tipologie di prodotto turistico dirette verso particolari nicchie di mercato e di utenti. Avendo cura in ogni caso di evitare una discrasia tra qualità dell’offerta turistica e qualità della vita dei residenti. È indiscutibile infatti che solo in un contesto urbano qualificato dove i residenti vivano in una condizione di elevato standard, sarà possibile richiamare un numero sempre maggiore di visitatori. E ciò in particolare se si intenderà scegliere una diversa opzione rispetto a quella del turismo escursionistico, e cioè del mordi e fuggi, privilegiando invece la strada del turismo residenziale, in cui dal semplice vedere si passa al partecipare, e cioè al trinomio comprendere, coinvolgersi, dialogare. In modo da consentire di fare esperienza in una cultura come modo diverso di vivere e da far diventare il turismo occasione di incontro e di dialogo interculturale. Cosa si è fatto a riguardo sino ad ora nel nostro territorio? Due appaiono gli interventi più rilevanti sin qui realizzati. Da una parte l’azione promozionale di Piceno da scoprire,dall’altra quella di tipo strutturale denominata Museo diffuso. L’attività di Piceno da scoprire è di tipo per lo più promozionale, con la predisposizione, peraltro, di un’attività di assistenza ai visitatori in tutto il territorio piceno.Quest’ultimo appare indiscutibilmente l’aspetto più positivo dell’iniziativa. Infatti tende a favorire l’effetto rete di servizi, identico spirito ispiratore del progetto del Museo Diffuso. Ma non sembra che i risultati ottenuti corrispondano pienamente alle previsioni dei progetti. Infatti quella forma di turismo residenziale e più ricco, che la promozione di un sistema a rete delle varie emergenze naturali, artistiche e monumentali del territorio avrebbe dovuto favorire, non sembra abbia prodotto i risultati sperati. La cosa è comunque comprensibile, tenuto conto della difficoltà di inserire nei circuiti del turismo culturale affermatosi nel tempo nuove località, pur pregevoli, ma non per questo famose come pure meriterebbero di essere. Si è invece sviluppato una certa quantità di turismo escursionistico,di cui peraltro si dovrebbe con maggiore precisione quantificare l’entità per poter esprimere la valutazione della congruenza dei risultati raggiunti rispetto alle risorse utilizzate. A questi due interventi di più rilevante consistenza vanno naturalmente aggiunte le attività svolte dai singoli comuni del Piceno, l’attività del Parco Piceno, a cui comunque non vengono fornite risorse rilevanti e quella dei singoli operatori del settore. Di sicuro interesse l’iniziativa delle Marche segrete, che per rivolgersi con messaggi mirati ad un particolare segmento di mercato, indiscutibilmente è in grado di veicolare un messaggio, che ha ottime possibilità di attivare un flusso di turismo residenziale di qualità, non stagionale e quindi più ricco. A parte e in maniera quasi spontanea si sta realizzando,in ritardo rispetto alle altre regioni del centro Italia,il cosiddetto fenomeno del “Chianti shire”,e cioè l’acquisto da parte di stranieri di case coloniche, abbandonate dai proprietari, ristrutturale dai nuovi acquirenti stranieri, che ne fanno un “buen retiro”. È questo un fenomeno che va studiato con attenzione, a mio parere non del tutto positivo e che andrebbe invece inserito in un progetto complessivo di utilizzazione di quell’enorme patrimonio dell’architettura spontanea esistente nel pregiato territorio agricolo Piceno, per evitare questa vera e propria forma di colonizzazione, che al limite può procurare dei guadagni solo agli intermediari e a qualche tecnico del recupero. Se tutto quanto sin qui evidenziato non ha prodotto risultati positivi, cosa si deve fare? Com’è evidente da tutto quanto sopra premesso è da ritenere che la potenzialità siano rilevanti. In pari tempo è da ritenere che si debba elaborare un progetto complessivo che tenda a favorire uno sviluppo del turismo residenziale, che trovi come elemento di promozione quella che potremmo definire “la cultura del territorio”, in modo da creare un cero e proprio distretto culturale. Cultura del territorio non è certamente quella che prevede l’utilizzazione degli spazi favorendo l’insediamento di attività non eco compatibili e non rispondenti in particolare alle caratteristiche e al valore degli ambienti utilizzati, frutto di una civilizzazione secolare. Per semplice esemplificazione non è compatibile la creazione di un galoppatoio o di un campo di golf nel territorio della Sentina; o la realizzazione di un autodromo nella Valle del Tronto, già abbondantemente snaturata, proprio nei pressi della pregevole Villa di Campolungo; o la parziale distruzione del ex Tiro a Segno, per costruire altri super mercati, abitazioni, negozi,uffici e quant’altro. Cultura del territorio significa invece tutelare con intelligenza le risorse naturalistiche, ambientali, urbane, storico-artistico e monumentali del territorio, per valorizzarle adeguatamente, tenendo conto della loro autentica vocazione, in modo da creare una vera e propria massa critica da utilizzare per la fornitura di servizi innovativi, che basandosi sulle qualità complessive dei beni utilizzati consentano contemporaneamente sia la realizzazione di economie esterne sia un più consistente potenziale di impatto. Qui si può solo accennare a quello che si dovrebbe realizzare, convenendo sulla difficoltà del progetto. Ma a fronte di questo c’è il solito parlare a vuoto, il solito proporre soluzioni di basso profilo che poco hanno sin qui prodotto in termini di sviluppo ed occupazione, e invece tanto in termini di risorse utilizzate o sarebbe meglio dire sprecate. Con questo progetto invece si può sperare in un risultato entusiasmante, oltre tutto salvaguardando il territorio e valorizzandolo. Si passa dalla creazione di una rete di parchi, che dal mare giunge sino ai due parchi Nazionali dell’interno, all’effettiva realizzazione del Parco Fluviale, alla valorizzazione e creazione di percorsi nei monti e nel territorio agricolo, alla realizzazione di strutture per fornire servizi innovativi, utilizzando allo scopo i tanti contenitori di cui il territorio è ricco, alla creazione di una rete di strutture residenziali innovative,utilizzando gli edifici abbandonati del centro storico di Ascoli, le case coloniche del territorio, i borghi disabitati, per creare un grande albergo diffuso senza costruire nuovi edifici con la conseguente distruzione di altro territorio. Basti qui accennare che alcuni operatori, alcune Associazioni culturali senza guida spontaneamente hanno già realizzato alcuni servizi del genere. Basti accennare ai corsi residenziali di Educazione musicale organizzati dall’Ass. Ascoli Piceno Festival, con la partecipazione di giovani artisti provenienti da tutto il mondo o all’attività dell’Accademia della Lingua Italiana, che con enormi sacrifici riesce a portare ad Ascoli studenti di ogni nazionalità, oppure a quello che si intende fare con la creazione dell’Università della Pace, ai progetti entusiasmanti della Compagnia dei Folli. Si tratta di non lasciare che queste singole iniziative si sviluppino in una maniera scoordinata, di elaborare un progetto complessivo,di credere a questa utopia, di fare in modo che diventi realtà, una realtà che consentirebbe ad Ascoli e al suo territorio di utilizzare finalmente le sue più autentiche ricchezze per aprirsi al mondo, così come ha fatto nei periodi de maggiore fulgore, per inviare e ricevere messaggi di cultura, di sviluppo e di pace.
Cultura del turismo
TURISMO E TRASFORMAZIONI DEL PAESAGGIO URBANO
Il centro storico di Lucca e l’apertura indiscriminata alla funzione turistica
Roberto Mannocci
Presidente della Sezione di Lucca
Recentemente si è svolto un dibattito a più voci sulla stampa locale sul turismo che da una decina di anni interessa il centro storico di Lucca e sui pericoli connessi con quello definito “mordi e fuggi” .
Questo tema è stato affrontato più volte dalla Sezione lucchese di Italia Nostra, evidenziando le gravi conseguenze che lo sfruttamento intensivo ed acritico di questa risorsa economica porta alla vivibilità, alla qualità e alla ‘natura’ di questo patrimonio storico e ambientale.
Non riteniamo possibile una decisione ‘a tavolino’ che possa permettere alle Amministrazioni se scegliere un turismo di massa o un turismo di elìte, ma siamo convinti che vadano perseguiti alcuni punti fermi per impedire lo stravolgimento del paesaggio urbano.
1. La costruzione di un turismo stabile e culturale di contro a quello ‘mordi e fuggi’ implica un’operazione lenta, quotidiana e convinta che investe tutti i settori che intervengono nella gestione urbana.
2. Primo atto indispensabile è rifiutare la prostituzione della città e la svendita della sua immagine e realtà di fronte all’appetibilità economica delle immediate richieste turistiche, nella volontà decisa di conservare la propria immagine. Una volontà, questa, manifestata sempre e solo a parole.
3. Il principale deterrente contro la banalizzazione della città turistica e la distruzione insita nel turismo (e soprattutto nel turismo di massa) è il rafforzamento del carattere residenziale della città perché solo la residenza stabile evita la trasformazione della città vera e vissuta in città di visitatori e di servizi turistici. Ora, niente, assolutamente niente dei programmi urbanistici dell’Amministrazione Comunale va nel senso di un potenziamento della residenza stabile all’ interno della città storica. Di contro ad un centro antico sempre più spopolato (i residenti attuali sono assai meno di 9.000) il Regolamento Urbanistico prevede la creazione di un nuovo consistente centro abitativo e di servizi, alternativo al centro storico, sparso in tutto il territorio; il Regolamento urbanistico, poi, dà la possibilità di installare strutture alberghiere in ognuno dei 120 palazzi monumentali del centro e non indica alcuna dotazione di alcun servizio-attrezzatura per la residenza (mercato alimentare, parcheggi per residenti, servizi sanitari, negozi per la spesa quotidiana, ...).
Anzi proprio il Piano toglie attrezzature alla residenza, dando il via libera allo smantellamento del tradizionale mercato alimentare del Carmine, prevedendovi funzioni commerciali di qualsivoglia settore e permettendovi perfino l’installazione di impianti della media distribuzione commerciale.
4. Ma la conservazione del centro storico significa conservazione anche di un certo modo di vivere. Che senso ha allora la progettazione e la costruzione di 48 mini-appartamenti da vendere in multiproprietà (pericolo sembra oggi rientrato dopo i nostri allarmi) all’interno della ex caserma Mazzini, accalcati in un nuovo edificio ossessivamente seriale tanto banale quanto estraneo sia a tutto il contesto preesistente, che alle strutture tipologiche del centro storico e al significato dell’abitare nel centro storico? Quale immagine di vita si sta perseguendo per la città antica se questo nuovo edificio “milleporte” (che è un’iniziativa di una società a maggioranza pubblica) è assimilabile in tutto ad un complesso per vacanze in Sardegna o ad un contenitore di gente di una qualsiasi ossessiva periferia che circonda le nostre città? A quali utenti si sta pensando con queste iniziative? A dei residenti stabili della città o al mercato degli appartamenti acquistati ‘in provincia’ dagli abitanti delle metropoli per i propri fine settimana?
5. Su questi argomenti sono state rigettate totalmente le osservazioni che Italia Nostra aveva già presentato al piano strutturale e che avevano lo scopo di richiedere impegni precisi nel senso del potenziamento residenziale del centro storico. Il rigetto delle osservazioni e degli impegni relativi rappresenta quindi l’ evidente sintomo e testimonianza che in realtà si vuole andare in direzione opposta, ovvero verso lo sfruttamento intensivo di ogni centimetro cubo degli edifici e di ogni centimetro quadro delle vie e piazze, sempre meno lucchesi e sempre più del turismo invasivo.
6. Il turismo culturale, che si dice di voler favorire, non cerca le banalizzazioni, anzi rifugge dalle banalizzazioni e dai grandi numeri. La “scrematura” è raggiungibile solo offrendo una città non facile, che non significa, si badi bene, una città priva di servizi. Il turismo culturale si promuove attraverso la perfetta conservazione del patrimonio e dell’anima urbana (del paesaggio urbano), che è lo spirito di questo patrimonio.
7. Operare, come si sta facendo, sui grandi numeri e sperare che questi siano di qualita’ è una contraddizione in termini. Il grande numero porta in se stesso l’abbassamento del livello qualitativo. Anche le manifestazioni ludiche e musicali del festival estivo vanno nell’ ottica di una visione consumistica della città orientata verso le folle e i grandi numeri.
8. Non è nemmeno la moltiplicazione degli alberghi quella che garantisce l’ aumento del turismo culturale. Niente garantisce che gli alberghi di una certa consistenza che si stanno costruendo, ristrutturando e permettendo portino un turismo più stabile e più quieto. Anzi sarà proprio la presenza di attrezzature di capienza consistente che potrà favorire l’arrivo dei numerosi gruppi di gitanti. Con questo tipo di alberghi non cambia la qualità del turismo.
9. La distruzione è iniziata. Inascoltati, noi stiamo lanciando il segnale da tempo. L’aspetto e la sostanza della citta’ vengono lentamente, ma sempre più velocemente, stravolti immettendo a dismisura orpelli e segnali. Sedute all’aperto a iosa e in ogni dove, anche nelle piazze monumentali, segnaletiche di ogni tipo e di ogni foggia, cartoline (tutte uguali), souvenirs, tipologie commerciali fino ad oggi sconosciute che espellono tutto il commercio di servizio alla residenza (elettricità, fiori...) stravolgono il paesaggio urbano, quell’aria e quell’immagine fisica della città che è uno spirito di insieme che è la sua vera attrattiva e il suo valore.
10. La difesa contro questa invadenza risiede nella cultura urbana. Cultura della conservazione del nostro patrimonio, che è un valore in sé, al di là della sua resa economica, conservazione indispensabile per rendere perenne la sua valenza economica. Cultura che significa avere anche il coraggio di negare per tutelare. Cultura che deve significare anche difesa dal turismo. Cultura che deve pervadere la città, dalle manifestazioni che vi si svolgono, alla loro sostenibilità, all’ idonea dotazione delle attrezzature che le devono accogliere. Cultura che significa pensare alla città abitata e non solo a quella visitata.
Cultura del Turismo
ASSISI SEGRETA, TRA VICOLI ED ORTI
Evaristo Petrocchi
Vicepresidente della Sezione di Assisi
Presidente del C.R. Umbria
Assisi dei grandi monumenti, della Basilica di San Francesco e dei grandi capolavori d’arte che vi si trovano, come una Assisi legata alla fama mondiale che di questo luogo ha fatto la meta di milioni di religiosi che ogni anno la visitano per rivivere lo spirito francescano. Questa Assisi costituisce oramai un modello ricorrente che i mass media mostrano in ogni significativa occasione che desta interesse, apprensione o preoccupazione nella gente in un mondo sempre più globalizzato: una guerra, un attentato, un rapimento, un grave lutto, la pace, l’arte, la fede, il costume, la crisi economica o la visita di personaggi politici. Sentire Assisi è come ascoltare una voce della coscienza dell’Uomo in un mondo dove la dispersione è sempre più facile. Esiste però anche un’altra Assisi, quella che riconduce il sentire a luoghi intimi, a spazi accoglienti per l’anima dove sembra che il tempo si sia fermato, perché le tracce della memoria storica del luogo risultano ancora vive e si può sempre cogliere qualche sensazione nuova che rigenera lo spirito e conduce all’abbandono mentale. È l’Assisi di tutti i giorni, del quotidiano che consente di disperdersi in un luogo che sembra protetto dagli eventi esterni. Questa emozione la può ancora provare chi si avvicina alla città con l’intenzione di fare percorsi occasionali, girovagando nei suoi innumerevoli vicoli e soffermandosi a vedere orti e giardini verdi che spuntano da tutte le parti. È ciò denota insieme alle Chiese ed alle Basiliche, l’altra ricchezza della città, il suo impianto urbanistico medioevale che consente di attraversarla dall’alto in basso e viceversa anche senza mai passare attraverso le strade e le piazze principali del traffico come via San Francesco o via San Paolo, piazza del Comune e piazza Santa Chiara, il Vescovado, Borgo San Pietro, via San Gabriele dell’Addolorata, corso Mazzini o Borgo Aretino. Tutto intorno sono infatti vicoli ed Orti, in salita, in discesa, con le scale, con archi e architettura mai ripetitiva, finestre, porte e pietre mai uguali a se stesse. Vale la pena di tuffarsi in questa dimensione per scoprire angoli segreti o poco conosciuti della città. Ed ecco soltanto alcuni dei luoghi che meriterebbero di essere visitati col fare di un viaggiatore attento e raffinato. Partendo dalla zona alta di Assisi con l’Orto di San Rufino (purtroppo mutilato dalla costruzione di un ascensore ad oggi incompiuta) ed i suoi vicoli adiacenti e l’Orto degli Aghi, dirigendosi poi all’Anfiteatro Romano con le antiche fonti di Perlici, fino a scendere giù in piazza del Comune per vedere l’Orto della sig.ra Pranzetti e poi, verso Moiano e le sue fonti, ed ancora, nei pressi, l’Orto di Sorbelli, spesso utilizzato per scene del Calendimaggio. E poi risalendo in piazza del Comune ed andando verso via San Paolo a vedere gli Orti adiacenti alla chiesa di Santo Stefano, l’Orto dei Semplici (piccolo gioiello dedicato alle piante officinali), mentre prendendo la direzione di via Borgo Aretino si può vedere l’Orto – uliveto di Santa Chiara delimitato dalla sua splendida cinta muraria. Nella zona bassa della città non possono non citarsi gli Orti lungo Borgo San Pietro e via S. Apollinare, appartenenti alla Abbazia di san Pietro ed al convento della monache Francesi, l’Orto di San Giuseppe, l’Orto di San Quirico, l’Orto di Maceo, l’Orto dell’ex confraternita di San Crispino. Infine, davanti alla Basilica Superiore di San Francesco non un Orto ma un bellissimo prato e, fuori le Mura, “la Selva”, un bosco di grande suggestione intorno al Sacro Convento. E in tutto questo girovagare, se ci si vuole fermare a bere qualcosa rimanendo in tema, ecco l’Orto della Fontanella, in via Bernardo da Quintavalle, suggestivo spazio attrezzato, già utilizzato come luogo di incontri e concerti estivi da Italia Nostra nelle scorse stagioni.
I VICOLI DI SAN RUFINO E L’ORTO DEGLI “AGHI”
Una delle zone più suggestive di Assisi è quella compresa tra Porta Perlici (XIII sec.), l’anfiteatro romano del I sec. d.c. e piazza San Rufino. L’anfiteatro ospita ancora, parzialmente, nella zona della cavea non edificata, un orto delimitato dalla cinta muraria di forma ellittica, ben visibile da una terrazza naturale dalla sponda opposta a quella da cui si accede da via dell’Anfiteatro. Si tratta di una struttura che presentava un duplice ordine di gradinate con un rivestimento in opus reticulatum. Si dice che nell’arena dell’anfiteatro si svolgessero battaglie navali, cd. naumachie, utilizzando l’acqua del torrente Sanguinone, proveniente dal Monte Subasio, e che attraversava poi in sotterraneo piazza Nova per arrivare fino all’Orto di san Rufino. Passeggiando per via dell’Anfiteatro ci si imbatte per la Fonte di Perlici, soprannominata Gorga di Perlascio, costruita nel 1294 su disposizione del Capitano del Popolo Guido di Giacomo da Cortona, personaggio ai cui si deve anche il restauro delle Fonti Moiano, altro luogo “segreto” di Assisi, attualmente in stato di degrado, ed a cui si accede scendendo per via Sant’Agnese e piazza del Vescovado. La Fonte di Porta Perlici rappresenta un aspetto importante della memoria storica e della vita della città: nei pressi della fonte vi è infatti ancora un lavatoio costruito nel 1736 e restaurato nel 1826 usato specie dai tintori della lana che abitavano nella zona dell’anfiteatro e che avevano l’obbligo di ripulire le fonti almeno un paio di volte all’anno. Attraversando via Villamena non si può fare a meno di lasciarsi andare in tre vicoli di grande bellezza: via del Comune Vecchio, via Montecavallo e vicolo Bovi. Ed è proprio a ridosso di via Montecavallo, con accesso dal n. 6 della vicina e più grande via di Porta Perlici, che si può notare un Orto di particolare interesse, l’Orto degli Aghi, uno spazio ben presente nella memoria storica di tutti gli assisani, e che deve infatti il suo nome ad una fabbrica di aghi sorta intorno al 1822 per iniziativa dell’imprenditore Nicola Bolasco. Entrando in quest’area si ha la sensazione di trovarsi in un luogo protetto, circondato da mura e case antiche ma senza offendere lo spirito o sentirsi soffocati ma anzi in perfetta sintonia con l’humus della città. Qui vi lavorarono decine di famiglie assisane divenendo anche ragione di aggregazione sociale e di crescita culturale. Si tratta di un luogo denso di significati e che iniziò ad essere frequentato fin dal periodo romano quando l’antico Bagno di Perlici (caduto in rovina nel periodo medioevale) costituiva occasione di incontro e di ritrovo per le sue acque ritenute particolarmente benefiche per la salute. In tempi più recenti l’Orto è stato sede della Guardia Forestale che vi ha costituito un proprio vivaio per il rimboschimento del monte Subasio, mentre anche oggi viene ancora utilizzato quale splendida cornice scenografica per le scene della festa del calendimaggio. Nel luglio 2003 questo spazio, grazie alla collaborazione del proprietario Giampiero Italiani, è stato riportato ad antica vitalità da Italia Nostra che vi ha organizzato un concerto notturno per chitarra e flauto in una splendida notte di luna. Attualmente l’Orto viene utilizzato anche dalle scuole dell’Istituto scolastico Assisi I nell’ambito dell’iniziativa “scrivere nel paesaggio”. Coloro che volessero acquisire maggiori notizie o anche visitarlo possono rivolgersi direttamente al Sig. Italiani (tel. 392. 2239888).
L’ORTO DEL MONTE FRUMENTARIO ED IL VALORE STORICO DEGLI ORTI DI ASSISI
Questo Orto, di proprietà in parte privata in parte comunale, pieno di piante e fiori e con bella vista sulla pianura, è ubicato nella parte bassa di Assisi, in via Fontebella, e risulta visibile guardando verso l’alto poco dopo la Fonte Marcella, contenuto da un muraglione alto parecchi metri. Merita di essere ricordato come orto “simbolo” per Italia Nostra, perché è stato oggetto di una battaglia legale vinta dall’associazione (che si opponeva allo sventramento di tale spazio per la costruzione di un parcheggio seminterrato) con una nota sentenza del Consiglio di Stato (Sez. V, n. 5824 del 23.10.02) che ha costituito il primo importante precedente in materia. Ma tale spazio verde può essere preso in considerazione anche perché rappresenta esso stesso un caso “tipico”, similare a molti altri orti o giardini, pubblici o privati, di Assisi che si connotano per essere pertinenze di palazzi storici ed assolvendo a quella funzione sociale di sostentamento per la popolazione che specie durante i periodi delle guerre o delle carestie si rivelò tanto utile per la città consentendo la sopravvivenza entro le Mura dei cittadini. Quasi tutti questi Orti o giardini di corte a servizio del palazzo cui accedono trovano un riferimento in fonti bibliografiche dell’epoca a riprova dell’indubbio valore che essi possiedono per la memoria della città. In questo caso l’Orto rappresentava la naturale pertinenza del Monte Frumentario, edificio di notevole rilevanza, attualmente in ristrutturazione, la cui parte più alta è visibile anche da Via San Francesco con il portico formato da 7 arcate a sesto ribassato sorrette da colonnine con capitelli intagliati. Era l’antico ospedale della comunità, costruito nel 1267 dai consoli della Mercanzia e dai Rettori delle Arti, uno dei primi ospedali pubblici eretti in Italia. Nel 1746, per volere del vescovo Ottavio Ringhieri, vi si trasferì la sede del Monte Frumentario, fondato nel 1633 per il soccorso dei poveri di Assisi dal cardinale Antonio Barberini, fratello di Urbano VIII. Le fonti storiche ed iconografiche (in particolare la pianta topografica della città di Assisi del Carpinelli del 1823 e la mappa delle città di Assisi facente parte del catasto Gregoriano terminato nel 1835) dimostrano inequivocabilmente che l’Orto sia stato sempre considerato pertinenza del Monte Frumentario e quindi adibito alle coltivazioni di ortaggi ed altre piante destinate al sostentamento dei poveri del luogo. La situazione dell’Orto del Monte Frumentario risulta peraltro comune alla maggior parte degli altri spazi di questo tipo presenti in Assisi e la loro importanza, come beni da proteggere e da tutelare, è stata d’altronde più volte segnalata nella storia di Assisi. Si ricorda, in particolare, a questo riguardo la bellissima mappa della città, che li individua puntualmente, redatta dal grande architetto del sette/ottocento Giovanni Antolini ed inserita nel volume dal titolo “Il tempio di Minerva in Assisi confrontato colle tavole di Andrea Palladio da Giovanni Antolini, Milano 1828).
L’ORTO - GIARDINO DI PRANZETTI
Sembra incredibile ma proprio nel cuore della città di Assisi, esiste uno spazio verde di notevoli dimensioni, finemente coltivato, che si affaccia con una splendida terrazza direttamente su corso Mazzini. E così dalla trafficata via San Gabriele dell’Addolorata si accede, quasi per incanto, in questo luogo protetto tra fiori, vigneti, pomodori, ed altre colture di ortaggi ed altre specie da frutto ben curate. A tale sensazione contribuisce anche la particolare consistenza delle mura che lo delimitano, costituite da grandi massi squadrati di interesse archeologico (tanto da essere oggetto, per tale aspetto, di specifico vincolo). L’Orto, di proprietà della sig.ra Franca Pranzetti, costituisce pertinenza dell’omonimo ed adiacente palazzo, ed è realizzato su piani terrazzati, probabilmente eseguiti nel corso dei secoli con terreno di riporto, come dimostrano le architetture del palazzo stesso che presuppongono uno spazio aperto ad un livello più basso dell’attuale. In realtà tale Orto è posto ad un livello superiore rispetto al vero e proprio giardino, e ad un livello leggermente più basso rispetto al livello di via San Gabriele dell’Addolorata. Si compone di più appezzamenti disposti su tre livelli delimitati da mattoni posti in posizione verticale. Il giardino risulta invece ridotto in superficie a seguito della ristrutturazione di un locale sottostante avvenuta agli inizi degli anni ’70, ed è caratterizzato da un impianto ottocentesco nel quale sono presenti aiuole delimitate da piccole siepi fiorite e vialetti di ghiaia. Di particolare bellezza è il grande alloro guidato ad albero a dimora in uno spazio circoscritto costituente lo sperone verso il cortile interno del Palazzo. Inoltre risulta molto suggestivo il terrazzo che costeggiando l’arco di Brunamonti offre una vista insolita su Corso Mazzini fino al Tempio della Minerva. Questo bellissimo spazio potrebbe costituire esempio di come gli Orti possano costituire occasione di riqualificazione di tutta la città e per favorire un turismo di qualità con persone attente alla cultura ed alla memoria storica dei luoghi. In occasione del convegno del 22.11.03 Italia Nostra lanciò l’idea di utilizzare questi spazi quali sedi di un festival nazionale dei giardini e degli Orti (che verrebbero aperti al pubblico per l’occasione da tenersi una domenica nel mese di maggio o giugno). Notizie più dettagliate sull’Orto e sulle colture praticate potranno essere chieste alla Azienda Agraria di Gianluca Polidori tel. 0743.274134.





